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analisi, riflessioni e osservazioni su argomenti di attualità

Brindate alle idee, con un Capruccino

Brindate alle idee con un Capruccino - Revenue bros

Imprenditori, brindate alle idee, alla creatività, con un Capruccino.
Facciamo un passo indietro.
Il Capruccino e la sua genesi. Perchè comprendere questo dettaglio aiuterà a capire anche l’idea di un buon suggerimento.
Capruccino è stato per anni un marchio registrato da un’importante azienda casearia italiana, di cui è ininfluente riportare il nome. E, per altrettanti anni, questo marchio è stato accantonato. Fin quando poi la possessione legale è decaduta. Nel mentre, parallelamente qualcuno avuto lo stesso guizzo creativo. Il Capruccino, crasi tra capra e cappuccino, è un cappuccino fatto con il latte di capra.
Il tutto si incontra qualche giorno fa, con la nuova registrazione del marchio sotto un nuovo e più propositivo proprietario. Che ne ha inaugurato la nascita con una bella festa propiziatoria.
E con questo?
La mente brillante dietro al nuovo Capruccino risponde al nome di Alessandro Iorio, albergatore seriale con quattro strutture all’attivo, tra Ferrara e Belluno, e l’ambizione di aumentarle.
Certo un cappuccino con il latte di capra ha poco a che vedere con la vendita delle camere di un hotel. Eppure la connessione tra servizi, visibilità e vendite è così stretta che mi auguro tutti prendano spunto dalle infinite possibilità che ci sono nel mercato.
La sera dell’evento, la cui cornice è stato lo splendido hotel Princess a Ferrara, la struttura ha indossato il costume del Capruccino. Per l’occasione, sono state messe in commercio le tazze con il logo del prodotto. Avventori inconsapevoli conquistati dall’iniziativa le hanno acquistate. I brand importanti lavorano molto su questo concetto. Merchandising di varia natura, dall’abbigliamento ai gadget, per portare in giro per il mondo il proprio marchio.
E chi ci vieta di farlo anche con il nostro albergo, per poco conosciuto che sia. Magari può diventarlo proprio grazie a queste iniziative.
Cross selling creativo, che va al di là dei servizi precostituiti, attesi. E sconfina nell’infinita varietà che un buon venditore deve concedere al mercato.
Con la giusta dose di iniziativa, c’è tanto da inventarsi.
Fate un brindisi con il Capruccino, alle idee e al modo giusto di promuoverle.

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E se i voli aerei cambiassero?

E se i voli aerei cambiassero? - Revenue Bros consulenza

E se i voli aerei cambiassero?
Questo è uno degli argomenti che, da addetti ai lavori e appassionati di viaggio, ci stuzzica sempre di più. Perché il turismo è possibile solo grazie alle connessioni dei trasporti, alla semplicità crescente di spostarsi. Il mondo è diventato a portata di mano e, utile sottolinearlo, viviamo un’epoca davvero fortunata in questo senso.
Ma avete anche voi la sensazione che, in certi ambiti, si rimanga troppo legati a concezioni troppo radicate nel tempo?
Nel settore alberghiero si sono fatti tanti passi in avanti, anche grazie all’unicità delle strutture. Nel ricettivo si può essere individualità, al contrario delle mega compagnie che dirigono gli spostamenti. Questo dà largo spazio alla personale creatività, alla sperimentazione.
Ciò significa che i voli aerei debbano rimanere ancorati agli stessi principi da anni?
Per un attimo la pandemia li ha accompagnati verso lo splendore della cancellazione gratuita. Meccanismo che, vaglielo a spiegare, incrementerebbe le prenotazioni. Li farebbe faticare di più, certo. Ma i benefici sarebbero innegabili.
Sono tornati indietro, come purtroppo era prevedibile.
Proprio durante l’ultimo viaggio, in attesa del volo di connessione, è arrivato un pensiero affascinante. Eravamo a Zurigo. C’è un fastidio incontrollabile pronto a governarci quando facciamo scalo su una destinazione che non conosciamo. Come quando si compra una calamita da frigorifero di un luogo dove non si è stati. Per quanto sfatti, dopo un volo di quasi quattordici ore, la voglia di visitare un posto sconosciuto era forte.
E se, in fase di acquisto, la compagnia proponesse un allungamento dello scalo? Invece di tre ore, uno, due, tre giorni. Anche con una tariffa lievemente maggiorata, se opportuno. Un modo per allungare l’esperienza, per aggiungere spessore.
In fin dei conti i posti aerei si riempiono come le camere di un albergo.
Che modo meraviglioso di aprire opportunità neanche prese in considerazione. Un po’ come proprio le low cost hanno fatto con tariffe aggressive su aeroporti in città minori.
È opinione diffusa credere che per guadagnare di più sia sufficiente aumentare i prezzi.
Magari alle compagnie aeree manca il senso di responsabilità verso un settore, quello turistico, che è il più florido del mondo. Per questo rimangono sedute e faticano a rinnovarsi.
E se i voli aerei cambiassero?
Servirebbe un cambio di mentalità, altroché. 

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Gestione dei Gruppi

Gestione dei Gruppi - Revenue Bros

La gestione dei gruppi, in una struttura ricettiva, è argomento molto delicato.
Difficilmente si possono individuare delle linee guida assolute, tutto va trattato nella delicata unicità di ciò che gestite. E, come sempre, da ciò che desiderate ricavarne.
Prendere un gruppo può voler dire lavorare meno, a livello operativo. Un unico immenso check-in, un unico interlocutore con cui stabilire accordi. Meno problematico, in linea generale. Anche perché, almeno statisticamente, gli indici medi di soggiorno di un gruppo vanno sopra la notte. E quindi i costi variabili vengono ammortizzati.
Tutto è oro ciò che luccica? Domanda retorica.
Innanzitutto guardate i numeri. Quando arrivano le richieste di questi grandi contingenti camere. È facile fare un parallelo se avete una parte delle vostre unità abitative ceduta agli individuali. Nello stesso periodo o, ancora meglio, sullo stesso giorno. Quanto vi dà, al netto di una commissione OTA, un mercato e quanto l’altro?
Dipende quindi anche dalla dimensione della struttura. Più camere si hanno e più è ragionevole pensare che una parte di esse può far comodo venga occupata da questo tipo di accordi.
Dipende anche dalla vostra stagionalità. Le strutture stagionali hanno meno bisogno dei gruppi rispetto a quelle annuali, lavorando quasi esclusivamente su mesi di picco.

È certo che la distinzione più netta va fatta sul tipo di accordi. Legarsi a un tour operator comporta un impegno più gravoso. La costruzione di un listino rigido, ci si augura suddiviso almeno per stagionalità, con la possibilità eventuale di rifiutare ciò che si gradisce meno. Perché i tour operator tenderanno a mandarvi più gente nei momenti in cui ne avete minor necessità. Sarebbe magnifico trovare un mercato sui mesi spalla o sulla bassa.
Perciò la condizione migliore sarebbe quella di accettare sempre e solo gruppi su richiesta. E quotarli al momento. Così da rendere dinamico anche quel segmento di mercato. Ragionarlo sia sullo storico che vi ha indotto a formulare la tariffazione di partenza che sul previsionale che ha già riempito parte dell’occupazione. È il metodo migliore per ricavare il massimo da ogni canale.
Massima attenzione anche al famoso release, quando cioè decade l’eventuale opzione concordata. Maggiore è la distanza dalla data, maggiore potrà essere la vostra tolleranza. Ricordatevi però che se vi lasciano a secco a poche settimane dal check-in sarà arduo riprendere quelle unità.
La gestione gruppi è argomento affascinante e complesso.
Ah, un’ultima dritta. La gratuità esiste solo nel mondo delle speranze.
Tutto deve essere opportunamente tariffato.

Conosci gli strumenti di vendita a tua disposizione? Leggi il nostro articolo

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Preferiti Booking.com

Preferiti Booking.com - Revenue Bros

Il circuito Preferiti Booking.com, ne fate parte?
Un piccolo excursus a spiegazione, per esperienza (nostra) e per bocca di chi lo promuove da ormai quindici anni (account manager Booking).
Per entrare a far parte del circuito Preferiti, oltre a garantire un 3% in più di commissione a ogni prenotazione nelle casse dell’OTA, facendo quindi salire dal 15% di base al 18% il totale di commissioni, la struttura di turno deve rispettare dei requisiti virtuosi. Essere visibile per un certo periodo di tempo, subire un numero di cancellazioni in linea con i parametri della destinazione, pagare correttamente le fatture, curare al meglio foto e contenuti. E altre storie che cambiano a seconda della voce che le promulga. Un tempo c’erano le famose sette C, sette cardini per valutare quanto bene steste facendo secondo i dettami di Booking.com. Poi sparite, nella notte dei tempi. Lasciate alla tradizione orale.
La domanda oggi è: vale la pena rimanere tra i Preferiti?
Anni fa i percorsi di ricerca e di prenotazione erano maggiormente incanalati. Le classifiche di merito potevano essere manipolate attraverso un minor numero di filtri. Ed essere da subito in prima pagina garantiva un bonus di visibilità pazzesco. I preferiti, in questo senso, erano la serie A. Scindendo una linea di demarcazione elitaria tra chi aveva aderito al programma e chi ne era fuori.
Poteva quindi valerne la pena, in effetti.
Oggi il mondo è cambiato. Differiscono gli strumenti con cui lo esploriamo. E, soprattutto, gli algoritmi che studiano il nostro profilo utente. Quando sono nati i Preferiti, gli smartphone esistevano solo nelle menti dei più fantasiosi.
Quindi le classifiche sono dettate dall’apparecchio che sfruttiamo (pc, telefono), dai mille filtri che inseriamo per cucire l’esperienza sulle nostre necessità e da tutte le ricerche e prenotazioni che abbiamo eseguito in precedenza. Due persone vicine potrebbero ottenere risultati completamente differenti.

Tutto ciò rende i Preferiti Booking.com meno utili.
C’è poi la variabile destinazione. Se siete in una piazza con pochi iscritti su Booking.com, finirete in ogni caso tra le prime voci di ricerca. Se invece annegate in un mare di strutture e una città tentacolare, arriveranno a voi attraverso il punteggio che avete guadagnato e le informazioni che avete sapientemente inserito.
Ma sono proprio inutili questi Preferiti?
Come qualsiasi iniziativa studiata dal portale, un’iniezione di visibilità in più può fare solo che bene.
Tuttavia il consiglio è di provare a fare senza, soprattutto se siete una realtà ben strutturata che ha capito i suoi pregi e i suoi difetti.
Ci si lamenta sempre delle commissioni troppo alte, andiamo a vedere come intervenire su questo aspetto,no?

Disintermediare: leggi il nostro articolo

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Roma Expo 2030

Roma Expo 2030 - Revenue Bros

Roma è candidata ufficialmente per organizzare l’Expo del 2030.
È notizia nota da un po’. E sarebbe di certo un ambizioso traguardo di prestigio. Dopo Milano, che ha beneficiato sia economicamente che a livello di immagine della kermesse, un’altra città italiana si mette in gioco. La capitale per giunta.
Tutti in trepidante attesa del 28 Novembre prossimo, dove si definirà chi tra Roma, Busan e Riad si aggiudicherà la corona.
La Corea è un paese in enorme ascesa di appeal, il turismo sta crescendo e la promozione fa il suo dovere. Una nazione moderna, immaginiamo, almeno rispetto alla nostra. Perché, diciamocelo, ci vuole molto poco. Anche solo considerando la burocrazia. Su Riad c’è davvero poco da dire. Emirati Arabi. A suon di danaro stanno conquistando le prime pagine in ogni campo possibile. L’Arabia Saudita si è appena aggiudicata i Mondiali di calcio 2034, a proposito. E quando si parla di soldi, loro sono i primi. Un vantaggio discreto.
E poi c’è Roma. La Dea decaduta. In un momento di forte (ri)crescita turistica, questo è vero. Il post pandemia ha riportato sulle antiche strade romane una quantità di persone impressionante. Benché, a livello organizzativo, l’urbe abbia migliorato meno di niente.
Sarebbe certo una gran bella presa quindi, un’iniezione di fondi utili a rimettere in senso almeno una piccola parte delle tante buche che devastano la città. Perché sempre di soldi si parla. C’è abbastanza clamore, forse ci sarà sempre, intorno al Colosseo. Anche senza l’Expo, Hollywood vorrà girare i suoi film sui Fori Imperiali e gli americani farsi una foto davanti alla fontana di Trevi.
Basta questo a chi gestisce il nostro paese, mi pare chiaro. Perché preoccuparsi di altro?
Giusto forse dell’AS Roma, squadra di calcio. Che prende come sponsor proprio gli acerrimi rivali alla corsa all’Expo 2030. Di sicuro un impatto catastrofico sul brand Roma. Quella spinta che porterà chi di dovere a scegliere Riad. È bene preoccuparsi degli aspetti importanti, laddove qualsiasi passaggio alla modernità viene contrastato con aspra fermezza.
Se Roma vincerà l’Expo 2030, scenario improbabile, bisognerà capire come riusciranno a impedire una figuraccia annunciata. Nascondendola, forse, sotto il tappeto già sporco di una città che è da decadi un disordinato cantiere aperto. Qualche giorno fa, i terribili lavori per l’allungamento della linea C della metropolitana sono arrivati a inghiottire piazza Venezia. Tranquilli però, in soli dieci anni tutto sarà pronto. Dieci anni in cui una delle piazze più famose della capitale sarà impraticabile. E fossero solo dieci anni.
Storia dell’Italia, che continua ad appoggiarsi a ciò che è stato senza muovere un muscolo.
Sia chiaro, facciamo sempre il tifo per la nostra bella nazione.
Solo sarebbe magnifico se qualcuno rendesse l’operazione più agevole.

Il toast della discordia, leggi il nostro articolo!

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Il Pacchetto Calcio

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Il pacchetto calcio, i tanto agognati diritti tv per la serie A italiana, sono stati infine assegnati a DAZN e a Sky. Un’operazione che porterà nelle casse della Lega (quella sportiva) 900 milioni annui per il quinquennio 2024-2029.
Poco cambia per gli appassionati, il tandem DAZN-Sky è quello a cui ci si è affidati negli ultimi anni. Forse ci si augura che i prezzi, al contrario di come già accaduto, rimangano stabili. Ma quelle sono leggi di mercato su cui è lecito sorvolare, almeno in questa sede.
Dalla lunga e apparentemente complessa trattativa, sembrano uscire tutti soddisfatti. Tranne uno. Voce imponente, prepotente, autorevole.
Aurelio De Laurentiis, patron del Napoli e nome di prestigio dell’industria e della storia cinematografica italiana.
Attenzione a ciò che dice perché nelle sue considerazioni offre una visione imprenditoriale ad ampio raggio, su cui è utile che tutti riflettano.
Aver ceduto i diritti del pacchetto calcio a piattaforme multiservizio, a detta di De Laurentiis, impedisce di stabilire con esattezza il valore di ciò che si commercializza. Sky, assieme al calcio, si occupa di cinema, show televisivi, serie tv, altri campionati e altri sport. Anche DAZN inserisce nell’abbonamento altri sport e altri campionati.
In questo mare magnum, perciò, è complesso definire l’esatta tariffa del prodotto. Perché, chi si abbona, si lega alla vastità della proposta.
Opinione personale di De Laurentiis è che si sia ricavato poco dalla trattativa, valorizzando scarsamente il prodotto calcio. Nella sua dialettica ha usato una frase che rimane facilmente impressa, accusando i suoi colleghi presidenti di essere stati “prenditori” più che imprenditori. Raccattando quello che gli offrivano, senza cognizione di causa.
Ci sono tanti asterischi da apporre a questo discorso. A esempio il fatto che Sky faccia effettivamente distinzione di prezzo tra i vari pacchetti e che, ormai, ha poca voce in capitolo sulla trasmissione delle partite del nostro campionato. O che DAZN viva praticamente sulle spalle del calcio, almeno nella nostra penisola.
Detto ciò, De Laurentiis spiega in due parole come un imprenditore dovrebbe approcciare alle sue aziende. Valutando i suoi centri costi e ricavi separatamente. Solo così si può stabilire cosa rende. E dargli quindi la giusta dignità commerciale.
Invece si butta dentro alla produzione tutto.
Vi dice qualcosa?
Strutture ricettive con ristoranti, piscine, palestre, stabilimenti balneari, impianti di risalita.
Vendiamo tutto assieme e alla fine i conti li facciamo senza distinguere cosa ha effettivamente funzionato. E poi facciamo a fatica a capire da che parte va il mercato.
Forse il pacchetto calcio vale 900 milioni di euro l’anno, forse meno, forse più. Ormai è andata.
Ma voi siete sempre in tempo a essere imprenditori. 

I rincari dei prezzi delle compagnie aeree, leggi il nostro articolo!

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Destagionalizzare

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Fine ottobre, stagione di mezzo. Chiodo fisso: destagionalizzare.
È chiaro come il discorso sia ben lungi dal riguardare le città d’arte più importanti, gemme di cui l’Italia è piena. Anzi lì i periodi fiacchi sono una strepitosa opportunità per una visita priva di folli folle, barattate con una meteorologia incerta ma magari propizia.
Ottobre, Novembre, Marzo, Aprile. Mesi che tagliano fuori mare e montagna. E che ci costringono a chiudere splendide strutture, in attesa di momenti migliori.
Anche qui l’asterisco va messo su quelle rare località che, grazie a qualche evento particolare, riescono a trascinare fuori zona il periodo d’interesse del mercato.
E, allora, come destagionalizzare?
Doloroso ammetterlo ma è complicato, vicino all’impossibile. Questo perché il nostro mercato è mosso da un obiettivo che, in quei periodi fiacchi, viene meno. E questo modo di interpretare i fatti induce i privati, oltre che le istituzioni, a mollare la presa. Già, le istituzioni. Quell’eminenza grigia che si crogiola su meriti che spesso appartengono ad altri. A chi ha costruito secoli addietro un paese pieno di meraviglia. Alla divinità che ha impreziosito lo stivale della sua natura variegata, cingendolo quasi per intero di mare.
Perché tanto in Italia ci vengono comunque. E quindi perché darsi pena.
Di conseguenza esistono innumerevoli mete che si spengono, pur avendo da offrire la malinconica bellezza del fuori stagione. I servizi vengono interrotti, gli esercizi commerciali chiudono e, amarum in fundo, anche le strutture ricettive tirano giù la saracinesca.
Lottare contro queste insidie è complesso, da soli.
L’unica parziale soluzione, vicina all’utopia, è unire le forze e creare un territorio dove tutti i protagonisti agiscano all’unisono. Dove si smetta di guardare al vicino come un competitor e si capisca che più una destinazione è ambita, più la sua fama cresce, la sua vetrina scintilla. E tutti lavorano di più; alberghi, appartamenti, ristoranti, edicole, negozi, stabilimenti balneari, impianti di risalita.
Se aspettiamo che i sindaci e le giunte comunali risolvano il problema, stiamo freschi.
Le strutture stagionali hanno una qualità di vendita spesso maggiore rispetto alle città d’arte. Solo che sono concentrate su un periodo minore. E questo rende complicata la gestione del lavoro, anche solo in considerazione dell’assunzione del personale.
Destagionalizzare è un sogno complesso, certo.
Andrebbe però affrontato con i giusti presupposti.

Il mercato in Aeroporto, leggi il nostro articolo!

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Il Difficile Ruolo del Revenue Manager

Il difficile ruolo del revenue manager - Revenue Bros

Il difficile ruolo del revenue manager.
Intendiamoci, ben lungi dall’essere una classifica di meriti o importanza. Ogni mansione porta dietro di sé responsabilità delicate. E, più in generale, la qualità dell’apporto di ogni singolo pezzo d’ingranaggio permette al meccanismo di funzionare come deve.
Detto ciò, il ruolo del revenue manager è complesso e pieno di sfaccettature. Un buon revenue manager deve avere un clamoroso bagaglio di conoscenze e l’umiltà per acquisirne sempre di nuove.
Dal punto di vista alberghiero, la necessità di avere un buon pilota dietro la costruzione di una strategia commerciale dovrebbe essere tra i primi pensieri quando si pensa al futuro.
Eppure, ancora oggi, notiamo troppa approssimazione, trascinata dalla convinzione che basti poco per padroneggiare qualità mai possedute.
La soluzione interna è spesso la migliore. Qualcuno che lavori in struttura, ne conosca pregi e difetti e che la possa vivere nel quotidiano. Il revenue manager interno deve integrarsi e guidare la commercializzazione del prodotto, in totale sincronia con il front office, mai isolato in una stanza, a lottare contro chi la pensa in modo diverso.
Che sia interno o esterno, il revenue manager deve essere parte integrante della squadra. Altrimenti diventa un virus che aspetta solo di essere rigettato.
Quindi esiste anche la soluzione esterna. Che sia sotto forma di consulenza o, nel caso di imprenditori con più strutture nel portafogli, qualcuno che lavori da remoto. Conveniente dal punto di vista economico, certo. Aiuta a bilanciare i costi, uno che vale per due, per cinque, per venti. E, per quanto ben remunerato, difficilmente andrà a percepire quanto due, cinque, venti revenue manager piazzati in ogni struttura.
Allora come riconosciamo un buon revenue manager?
Vi sveliamo un segreto. Il prezzo giusto è una balena bianca. Un’ossessione che si insegue per tutta la vita. Si avvista, si sfiora persino. La certezza che sia davvero perfetto, nella sua purezza, è inconsistente come un’idea. Ogni giorno quest’idea diventa necessità, ogni giorno si rigenera.
Il buon revenue manager vive nell’equilibrio tra il perfezionista e l’ottimista. Alla ricerca del miglioramento con la bravura di analizzare al meglio il massimo che si può fare in determinate condizioni.
E per farlo deve stare sul pezzo, ogni giorno. Persino ogni minuto.
Diffidate di chi crede che si possa guardare a un prezzo di vendita una volta a settimana. Evitate di affidarvi a chi materialmente non può dedicargli più tempo.
Il difficile ruolo del revenue manager è totalizzante. Si fa quello e basta.
Si può far bene senza? Forse sì, ma è difficile.

Vendere più a meno o meno a più? Leggi i nostri consigli

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Minimum Stay

Minimum Stay - Revenue Bros

Soggiorni minimi, o minimum stay se preferite.
Nemici o amici?
Nell’analisi di una corretta strategia commerciale, dobbiamo prendere ciò che abbiamo sempre applicato o che intendiamo eseguire e porlo al vaglio di critiche e considerazioni.
Qualsiasi tipo di restrizione impone al mercato un veto e, di fatto, ne taglia fuori una porzione. Perciò dobbiamo essere coscienti di ciò a cui potenzialmente rinunciamo.
Ci sono momenti del calendario, location e posizioni geografiche che possono garantirci una scelta sul cliente. Finestre in cui siamo a poter stabilire chi e come.
Generalmente però maggiore è la nostra flessibilità e maggiori sono le nostre soddisfazioni economiche.
Soggiorni minimi dunque, motivazioni:
1) Ho il timore che la mia occupazione in alta stagione sia frastagliata e che la continuità delle prenotazioni sia rovinata.
2) Ho problemi organizzativi per cui fare e disfare un’unità abitativa, accogliere tutti i giorni un numero elevato di clienti, mi mette in seria difficoltà.
3) Ho un problema relativo ai costi. Vendere una sola notte è troppo dispendioso.
Queste sono le casistiche. Immagino qualcuno di voi ci si ritrovi.
Di seguito come affrontare i problemi.
1) Se il problema è relativo all’occupazione, la tariffa dinamica è la soluzione. Quando su una o più date la pressione del mercato è forte, si va a rialzo. Questo crea attenzione su periodi vicini, più economici nel momento in cui li si osserva. E l’occupazione cresce in modo omogeneo. È nostra premura sottolineare come, in certi momenti dell’anno, l’indice medio di soggiorno è comunque coerente con il vostro tipo di mercato. Al mare o in montagna, in alta stagione, difficilmente qualcuno prenoterà una sola notte.
2) Siamo nati per fare questo mestiere. Stressare i nostri punti deboli ne esalta le caratteristiche. Ragionate sul perché avete problemi organizzativi. Poco personale o personale inadeguato? Risolvete alla radice, la polvere sotto al tappeto resta dov’è. Tutto ciò che tenete in tasca pensando di risparmiare lo lasciate nella qualità delle prenotazioni a cui rinunciate.
3) Fate bene i conti. Se il vostro variabile è tanto pesante da rendervi impossibile vendere la singola notte, o state sperperando o state eseguendo male i conti. Mettete ogni valore nella propria colonna, poi capite dove potete risparmiare. E ricordatevi che la tariffa dinamica ottimizza e massimizza. In bassa venderete a cifre più contenute, in alta vi pagheranno bene. E tutto si equilibrerà.
I soggiorni minimi, come ogni restrizione, sono un cono d’ombra su una porzione di mercato. Applicateli solo quando ne conoscete ogni sfaccettatura. Quando saprete che davvero è la soluzione più adatta alle vostre esigenze, organizzate, economiche e di occupazione.

Turismo, estate in calo?

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AdWords, investimento corretto?

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AdWords, investimento corretto?
È una di quelle domande che, da consulenti, riceviamo più spesso. Anche chi ci segue e conosce da anni, rimane nel dubbio che questo tipo di interventi possa portare dei benefici. Naturale, visto che il mondo intero ne glorifica le proprietà.
Analizziamo perciò le varie questioni. Parlando del settore della ricettività alberghiera in generale, sia chiaro. Perché allargare il campo porterebbe ad altre conclusioni.
AdWords: investimento monetario che, attraverso un budget prestabilito, colloca nelle ricerche Google un annuncio tra le prime posizioni, grazie all’esaltazione informatica di una o più parole chiave.
Perciò se pensate che il vostro sito diretto possa beneficiare di un doping del genere, solo per mettersi nei risultati sopra le OTA, ragioniamo sulle procedure base del cliente.
Pensate che la maggioranza vada a cercare una struttura online aprendo Google e digitando “hotel in Italia”? E quindi, ammesso che ancora qualcuno operi in questo modo, voi sperate di essere in prima pagina a seguito di questa ricerca? Andando sopra agli investimenti di Booking.com, decisamente più ingenti dei vostri, o di qualche altro imprenditore che ha avuto la stessa idea.
È assai più ragionevole che la ricerca della vostra struttura segua un percorso più lineare.
Il cliente vi trova sulle OTA o sul metasearch a cui è fidelizzato.
Il cliente vi conosce, perciò vi chiama o vi cerca evitando di passare per strade più tortuose.
Un investimento in AdWords si può valutare se si vuole sponsorizzare un prodotto specifico, rivolto a un mercato particolare. Macro o micro gruppi che battono sentieri secondari, in cui trovano esattamente ciò che cercano.
I bikers, per dirne una. Avete una struttura favorevole a questo segmento di mercato? Fate in modo che vi trovino. Perché Booking.com e compagnia bella, come più volte detto, si concentrano sulla vendita del posto letto e badano molto meno ai servizi.
Una supplica, per il vostro bene. Controllate la bontà dei vostri investimenti, altrimenti getterete soldi nell’etere.
Impostate un budget, dategli un tempo utile a lavorare. Infine valutare il reale rientro economico.
AdWords quindi, più no che sì. E quei sì, con raziocinio.

Le insidie dell’online, leggi il nostro articolo

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