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analisi, riflessioni e osservazioni su argomenti di attualità

Le insidie dell’online

Le insidie dell’online - Revenue Bros

Quante insidie l’online.
Siamo nel pieno dell’estate 2023, la pandemia è alle spalle e l’inflazione sta spingendo l’economia mondiale verso picchi impensabili. Quella che si pensava potesse essere una bolla anomala, almeno a oggi, pare essere una riparametrazione del mercato.
Tutti contenti? Più o meno. Le lamentele ci sono sempre, da più parti. Ma fin quando tutti comprano, difficile porsi davvero il problema.
Sono ormai quindici anni che lavoriamo nel settore, abbiamo passato diverse ere. Il mondo va sempre più veloce. E l’online, come la tecnologia, si evolve fagocitando la percezione del tempo.
Vendere online, però, è diventato ancora più complicato. Perché il mercato si rivolge al cliente, com’è ovvio che sia. Ma il punto di vista tra l’intermediario e il fornito sono ormai distanti anni luce.
Ci piacerebbe chiedere, in ambito alberghiero, se la vecchia parity rate è almeno un pizzico rimpianta. Sebbene ancora applicabile, almeno in teoria, oggi è praticamente impossibile mantenerla.
Il pericolo online più grande sono gli innumerevoli portali che faticano a concedere trasparenza di servizio. Piattaforme che, attraverso sconti e rinunce di commissione, lanciano online prezzi sconclusionati e diversi tra loro. Si fanno concorrenza e pensano al loro tornaconto.
Oggi sperare che si crei una tariffa e che questa si mantenga intatta alla ricerca online è utopia.
Soluzione?
Certo che c’è. Semplice anche se, purtroppo, molti la rifiutano.
Scegliere pochi, pochissimi partner. E lavorare bene su quelli, alle nostre condizioni.
Nella maggioranza delle occasioni, se arriviamo a un paio di OTA più il sito è grasso che cola.
L’online è pieno di insidie ma siamo noi a crearle. Permettiamo a terzi di gestire le nostre vendite, convinti che in loro assenza soffriremmo. E se invece analizzassimo i numeri ci accorgeremmo che, nella maggior parte dei casi, sono loro il freno a una migliore qualità del ricavo medio.
Studiate, analizzate. La strada vi si spalancherà davanti.
Abbiate coraggio, premia sempre.

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Il mercato in Aeroporto

Il mercato in Aeroporto - Revenue Bros

Che noia lo scalo tra un volo e l’altro! Il mercato dell’attesa, in aeroporto. Scadente.
Se avete preso almeno una volta in vita vostra un volo intercontinentale e siete stati costretti ad attendere per ore la connessione tra un o più aerei, siete per forza entrati in una bolla spazio temporale in cui tutto è immobile, rarefatto, in cui ogni minuto è interminabile.
A quel punto, spesso intontiti dal sonno, vi siete detti che fare un giro nei terminal poteva essere una buona idea. Dare un’occhiata ai negozi, sempre meglio che starsene seduti a fissare il vuoto.
Avete fatto caso alla tipologia degli esercizi commerciali?
Grandi brand, boutique persino di lusso, negozi di souvenir, prodotti locali. E i duty free, dove si narra ci sia un grande risparmio, leggende che si perdono nel vento e nel fuoco, labirinti guidati da volti famosi che fanno capolino ammiccanti dai poster e profumi avviluppanti.
Di sicuro qualcuno acquisterà questi prodotti. La ragion d’essere delle grandi marche va valutata più nell’ottica di visibilità, di vetrina, di prestigio. E forse gli bastano una manciata di acquisti al giorno per giustificare la loro presenza.
Ma noi esseri mortali, con il portafogli già messo alla prova da voli sempre più cari, siamo condannati al disinteresse, alla noia.
Quasi sempre gli scali avvengono in aeroporti grandi, in città importanti, dove si intersecano le mete turistiche più richieste. Flussi di gente inenarrabili.
Ma perché sfruttarli così male?
Un altro banale caso di mercato scriteriato, in cui si impone un’idea invece di interrogare una necessità o un desiderio.
Qualcuno però è andato oltre, per fortuna. E ci sarebbero interi capitoli da trattare. Una delle industrie più in difficoltà è quella cinematografica. Eppure in pochi hanno pensato di allestire una o più sale nei terminal. Il miglior aeroporto del mondo, quello di Singapore, ne ha una al Terminal 3. Fiumicino ha da poco inaugurato una Movie Lounge. Quanto potenziale avrebbe questo connubio.
All’aeroporto di Orio al Serio, Bergamo, ci sono adesso delle capsule affittabili a ore dove potersi riposare. Il desiderio più grande di tutti, ronfare un po’ in posizione distesa.
La Turkish organizza a Istanbul dei tour gratuiti per la città a beneficio di chi è costretto ad attese superiori alle sei ore.
All’aeroporto di Naha, Okinawa, c’è una sala giochi.
E siamo sicuri si potrebbe andare avanti con questi esempi.
Il mercato dell’attesa in aeroporto, un potenziale sperperato.

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Vendere bene la ristorazione

Vendere bene la ristorazione - Revenue Bros

Vendere bene la ristorazione, oggi come si fa?
Partiamo dall’ammissione che esisteranno decine di migliaia di professionalità più adatte a dare questa risposta. Perciò, con umiltà, caliamoci nei panni di chi si siede a tavola. Il cliente, insomma. Voce a cui si dovrebbe dare un peso maggiore, in tutti i campi. E che, invece, alcune volte pare sia l’ultimo interpellato.
Siamo tutti social, seguiamo le tendenze e ci arroghiamo il diritto di sputare sentenze. La natura umana ce lo impone, gli strumenti a nostra disposizione hanno acuito questa possibilità. Oggi si va al ristorante attraverso processi spesso chirurgici, fatti di incroci di informazioni online, gusti personali, passaparola, Tripadvisor, The Fork. E consideriamo poi i sedicenti food blogger, personaggi dalla cultura oscura che spiegano le pietanze che consumano in termini scarni, accompagnati però da riprese ben confezionate. Il food porn, come lo chiamano i feticisti. Loro muovono una quantità di pubblico impressionante, tanto da essere ricercati come primi promoter dell’industria.
E infiliamoci pure chi, da consulente esterno magari, cura l’aspetto del ristorante. I maitre d’ambiance, che con occhio fatato imbellettano i locali, toccando corde che neanche si pensava di possedere.
Qualcun altro? Oggigiorno tanti fattori garantiscono il successo di un’impresa, su questo dobbiamo essere d’accordo. L’online è cassa di risonanza e visibilità impagabile e anzi, spesso, a costo quasi zero.
Ma allora chi lavora al ristorante si deve limitare a far sedere a tavolino l’avventore? Imponendogli il coperto, facendogli pagare un cestino di pane mai desiderato, portando i piatti come fossero buste da lettera, anelando una mancia ormai concessa solo per abitudine?
Certo il cliente va portato dentro il locale, questo vale sempre. Ma quando varca la soglia di casa vostra, diventa gradito ospite. E allora la differenza la fa l’oste e i suoi fidati camerieri. Da quel momento il destino è in mano loro.
Quand’è stata l’ultima volta che un cameriere vi ha venduto bene un piatto. O ve l’ha raccontato in modo conciso, affascinante. Portandovi a fidarvi di lui, a bramare un suo suggerimento, a quel punto pronti a seguirlo fino al paradiso dei dolci?
Perché forse è questo che viene meno. Si studiano i massimi sistemi e mancano le basi.
Ce ne accorgiamo da clienti, quanto difficile potrà essere farlo da esercenti.
Ricominciamo a vendere bene la ristorazione.

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Aumentare la qualità delle vendite

Aumentare la qualità delle vendite - Revenue Bros

Aumentare la qualità delle vendite è possibile?
Obiettivo, più che domanda, di tutti gli imprenditori.
Vi è noto, siamo specializzati nel settore alberghiero. Ed è uno dei migliori dove esercitarsi nella gestione dei prezzi. Perciò l’esempio di riferimento è quello. Sebbene siamo piuttosto sicuri di poter associare certe pratiche più o meno a tutti i campi dell’economia mondiale.
Ragioniamo sul percorso, più che sull’obiettivo. Per dimostrare come la ricerca dell’aumento della qualità delle vendite, del ricavo medio se preferite, può avvenire in modo fisiologico. Ben lontana dall’essere una decisione di pancia, un’imposizione al mercato che decide lui a che condizioni venire, se glielo concedete.
Dovreste ormai sapere che dietro a un prezzo ci sono tante considerazioni. Quanto mi costa e a quanto, in quel determinato momento, il mercato è disposto ad acquistare. Variabile temporale, sua maestà. Allora, certezze matematiche alla mano, ci si espone al mondo con una tariffa. Quella di partenza. Certo, perché se vendiamo una camera dobbiamo per forza ragionare in un’ottica di crescita. Può anche capitare di rimanere stabili, ma è un’anomalia. Alla pressione della domanda, si alza. Finché si trova il giusto equilibrio e la vendita migliore. L’insieme di tutto crea un ricavo medio. Se la nostra occupazione è soddisfacente, abbiamo fatto un buon lavoro.
Eh ma qui si vuole alzare il ricavo medio!
Certo, giusto. Tutti lo vogliamo. Sarebbe meglio notare anche la statistica dell’occupazione, perché altrimenti vendiamo bene ma poco. E quello ci piace meno.
Arriviamo però, se siamo bravi, a capire qual è il nostro margine di occupazione.
Per assorbire queste conoscenze ci vuole pratica e tempo. Lo storico ci dà dei paletti. Sarebbe il massimo avere statistiche quali rifiuti per occupazioni e rifiuti per tariffa. Ogni volta che abbiamo detto di no perché già pieni o ci hanno rimbalzato perché la richiesta era troppo esosa.
A quel punto abbiamo tutto. Quando andiamo a ricreare la nostra bella tariffa di partenza, sappiamo di avere due strade. Mantenerla invariata, pronti ad alzare con più solerzia. Oppure rosicchiare qualcosa a rialzo all’inizio, essendo (chissà) più cauti nei rialzi.
Ci si preoccupa che si venda troppo a tariffe minime e poco a tariffe massime. La verità è nel mezzo. Perché la maggioranza delle vendite sarà fatta a metà tra queste due. Ed è quello il nostro focus. Trovare l’equilibrio e concentrarci su quello.
Così da aumentare, in modo fisiologico, la qualità delle vendite.

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Vacanze per ricchi

Tariffe troppo alte, vacanze per ricchi - Revenue Bros consulenza alberghiera

Tariffe troppo alte, vacanze per ricchi.
Nel post pandemia, un leitmotiv che abbiamo sentito ripetere fino allo sfinimento. Un’onda crescente che, almeno per ora, prosegue la sua marcia aumentando in altezza.
Come tutto, andrebbe analizzato caso per caso. E siamo sicuri che ognuno abbia una percezione più dettagliata di ciò che entra ed esce dalle proprie casse, soprattutto sulle basi di ragionamento che portano a prendere una decisione di spesa.
E allora, qual è il problema?
Ne abbiamo parlato in diverse occasioni, ma a quanto pare la discussione continua a poggiarsi sulle stesse basi. Sembra l’epoca del passaggio dalla Lira all’Euro, dove l’inflazione è stato un passaggio poco logico che ha tolto ogni dubbio di calcolo. Oggigiorno, chiunque alza il proprio tariffario perché il periodo è complicato. E alla fine tutti dobbiamo arrivare a fine mese. Poco importa che la qualità sia rimasta invariata. La luce, il gas, i mutui, la materia prima. Tutto è cresciuto. E allora come facciamo a fare gli stessi prezzi di prima? Ah, certo. Gli stipendi mica sono cresciuti, dettaglio apparentemente irrilevante.
L’assioma è semplice, bisogna cacciare fuori i soldi.
Sulla polemica dei rialzi scriteriati si potrebbe andare avanti all’infinito. Per poi domandarsi, come ogni bravo analista, ha senso?
I viaggi sono diventati davvero solo per ricchi?
Torniamo su questo punto, perché la disinformazione che si sta facendo attualmente a noi pare curiosa. I dati segnano una crescita mostruosa del turismo, presenze in aumento ovunque. In Italia, certo, ma anche fuori dai nostri confini. Certo nella media qualcuno che venderà come faceva prima o addirittura a meno ci sarà. Ma basta affacciarvi dalla finestra per rendervi conto che tutto è salito.
Siamo tutti ricchi allora, se il sillogismo si chiude così.
Ancora una volta bisogna dare credito al mercato. Se un prezzo funziona, è quello giusto per il mercato. Basso, alto, giusto. Vende, funziona.
In futuro cambierà, questo è naturale. In che modo, nessuno può saperlo.
Lavoriamo sul momento e abbracciamo il mercato, anche dovesse essere per ricchi.

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Il cinema è in perenne crisi

Il cinema è in perenne crisi - revenue bros

Il cinema è in perenne crisi.
La pandemia gli ha dato la spallata decisiva verso la depressione, innescando meccanismi che allontanano le nuove e le vecchie generazioni dal contatto più puro con la settima arte.
Evitando di inerpicarci nell’analisi dei meccanismi sociologici che hanno causato questa frattura, segnaliamo due iniziative recenti volte a riportare la gente in sala.
La prima è Cinema in festa, spettacoli a 3 euro e 50 per cinque giorni. Chiaramente laddove le sale aderissero. La proposta va in giro da almeno vent’anni, sotto diversi nomi. E, guarda caso, crea discreti flussi di presenze.
Sarà il prezzo? Chissà.
Ad aggiungersi a quest’estate piena di kolossal americani che promettono record al botteghino, il nostro ministero della cultura rilancia. Cinema Revolution. 3 euro e 50 per tutti i film italiani ed europei, dal 16 Giugno al 16 Settembre. L’estate è storicamente un periodo complesso per le sale, la gente preferisce l’aria aperta, il mare. Tanto che per un lungo periodo gli esercenti avevano deciso di slittare molte uscite americane, proprio per evitare flop commerciali. Salvo poi rendersi conto che la pirateria li avrebbe in ogni caso causati.
Cinema Revolution è supportato dai fondi nazionali. Perciò lo spettatore pagherà la quota citata e le sale riceveranno altri 3 euro dalla casse dello stato. Chi dovesse aderire, s’intende. Riducendo, in ogni caso, la spesa media di un film di un paio di euro. Considerano il prezzo medio dei nostri grandi schermi attorno agli 8 euro.
Insomma, si abbassa il prezzo.
Ma vorrai vedere che è tutto lì?
Cinema Revolution lancia, involontariamente, la differenziazione di prezzo nei cinema. Dove, chissà per quale motivo, tutti i film costano lo stesso. Dallo sconosciuto al più rinomato. E poi ci si meraviglia che la gente esca solo per vedere Avatar in 3D, quando a casa con lo stesso prezzo (spesso anche meno) si paga un mese di streaming legale su una qualsiasi piattaforma.
All’industria cinematografica mancano idee commerciali, prima di tutto. La sensibilità di considerare il prodotto sotto un’ottica differente. Ricalibrare l’esperienza, trasformando le sale in un motivo valido per uscire di casa.
Il prezzo però rimane cardine. E mica solo quello dei biglietti, che pure rappresentano il traino principale.
Fatevi sempre questa domanda, signori: meglio tanto da pochissimi o poco da tantissimi?
Il cinema dovrebbe sfruttare a pieno il suo potenziale di crosselling. Con una sala piena e la giusta definizione di prezzo, anche il bar venderebbe assai di più.
Il cinema è in perenne crisi perché chi gestisce le sale è incapace di adeguarsi ai tempi che corrono.
E perché costa troppo rispetto a quanto la gente è disposta a offrire.
È davvero così semplice.

Italia: Open to , leggi l’articolo

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Airbnb contro New York City

Airbnb contro New York City - Revenue Bros consulenza alberghiera

Airbnb contro New York City. Airbnb contro il sistema. È sempre stato così dopotutto. Negli ultimi giorni è diventato ufficiale ed eclatante.
La società con sede legale a San Francisco ha fatto causa a New York City.
Negli Stati Uniti è prassi portare qualcuno in tribunale, difficile sorprendersi. Quindi andiamo ad analizzare le motivazioni.
Da Luglio entreranno in vigore nuove regolamentazioni per quel che riguarda la Grande Mela, ritenute oppressive da Airbnb. Le richieste sono di registrazione da parte degli host presso la città e una riduzione del soggiorno massimo, sotto i trenta giorni (a meno che il proprietario sia presente).
A New York c’è più richiesta che offerta, almeno per quel che riguarda gli affitti. E la pratica di adibire a uso ricettivo le proprie abitazioni è un grosso problema per i residenti, o chi ambisce a diventare tale.
Da una parte Airbnb sostiene di aiutare il cittadino a incamerare un’entrata extra grazie agli affitti, dall’altra la città si erge a tutela della vivibilità dei residenti.
Due facce della stessa medaglia.
Airbnb è in cima alle lamentele di molti da quando ha sfondato sul mercato. La questione turistica, a nostro avviso, è relativa solo alla legge. Se qualcuno, soprattutto in città del calibro di New York, ci viene a raccontare che è un problema di concorrenza, gli ridiamo in faccia. La magagna di mete turistiche così ambite è una larga presenza di strutture che si approfittano dell’alta domanda e offrono un servizio mediocre, portando la percezione del rapporto qualità/prezzo ai minimi storici. Hotel vetusti, gestiti male. Questi soffrono e soffrirebbero anche in assenza di Airbnb o chi per lui.
Tuttavia va considerata l’evidente discrepanza di trattamento tra un albergo e alcune offerte presenti su Airbnb. Ed è una questione puramente burocratica.
Chiedere agli host di registrarsi, a nostro avviso, è più che legittimo. Impedire a qualcuno di pernottare entro un limite di notti, però, è ingiusto. Ed entrano in campo altre problemi, connessi all’immobiliare e ad altri tipi di burocrazia legata quel settore. Oltre al giro di soldi che muove quella branca economica.
In albergo si può, pagando, soggiornare quanto si vuole. Nel momento in cui si legalizza Airbnb, va data anche a loro questa possibilità.
Quindi il punto è di (dis)parità di trattamento. Nel momento in cui si arriverà a concederla, si arriverà a una pacifica convivenza.
Una lotta intestina che la logica vorrebbe di più semplice risoluzione. Eppure, come tutto quello che riguarda le istituzioni, appare come una montagna impossibile da scalare.

La Prenotazione al Ristorante, leggi il nostro articolo

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Netflix, dai al mercato ciò che vuole!

Netflix, dai al mercato ciò che vuole - Revenue bros consulenza alberghiera

Netflix, dai al mercato ciò che vuole. Ti prego.
Sembra una supplica faceta, in effetti lo è. Di sicuro il destino del mondo passa per altre priorità. Eppure, negli ultimi anni, la più famosa piattaforma di streaming sta sovvertendo le più sensate logiche del mercato.
Analizziamo i fatti.
Netflix nasce nell’ormai lontano 1997 come servizio di consegna a domicilio per affitto o acquisto di DVD. Un rivale sui generis dell’allora impero Blockbuster.
Si è poi, negli ultimi quindici anni, trasformato in una piattaforma streaming con un abbonamento fisso (mensile). Fino ad arrivare a noi italiani nel 2015.
Neonata, Netflix offriva un catalogo composto da produzioni esterne e una esigua ma valida proposta di produzioni proprie.
È superfluo dire che Netflix ha rivoluzionato il mercato, a costi accessibili, facendo nascere epigoni e proseliti inenarrabili. Ha conquistato il mondo delle serie tv, ha vinto oscar, ha alleviato la staticità della pandemia.
Tutto rose e fiori quindi. Affatto. Netflix è entrato in un circolo vizioso difficile da sostenere. E solo in parte a causa della concorrenza che si è formata.
L’idea commerciale dei capoccia di Netflix si basa su principi apparentemente logici. Chi ha già sottoscritto un abbonamento, rimane perché attratto dalla proposta. Per accaparrarsi nuova linfa, bisogna offrire novità. Sempre di più.
Maggiori produzioni equivalgono a costi sempre più alti. E questo induce Netflix a restringere le condizioni di abbonamento. Prima si aumenta il canone (già fatto), poi si discute sul numero di utenti che posso utilizzarlo (forse). Infine si aggiungerà la pubblicità, scaglionando la proposta in tipologie di sottoscrizione a prezzi differenti.
E per cosa esattamente?
Netflix sta sì aumentando serie e film col suo marchio, ma sta abbassando tremendamente la qualità. Cancellando anche show con uno zoccolo duro di fan già sufficiente a giustificarne il prosieguo. I suoi algoritmi intercettano i gusti del singolo, trasformandoli in statistica. Peccato che un appassionato di thriller vedrà un film o una serie di quel genere, certo, ma la apprezzerà solo se è di buona qualità.
Netflix sta servendo a una tavola piena di bambini viziati che si ingozzano di cibo spazzatura. Col risultato che ci si alzerà da tavola nauseati e con tre quarti delle portate da gettare nella spazzatura.
Netflix, nessuno ha il tempo materiale per stare appresso a tutto!
Minor quantità e maggior qualità. Ecco cosa chiede il popolo. Quel che funzionava un tempo.
Netflix, ascolta il mercato, dagli ciò che vuole.

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Lo sconto

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Applicate lo sconto?
Domanda a bruciapelo, semplice eppure così complessa da richiedere infiniti studi a riguardo. Perché lo sconto è strategia, è ultima spiaggia dopo un fallimento, è aggiustamento.
Cerchiamo di farla semplice, nel ricordare che nella vendita è sempre una questione di momenti. Dipende.
Tralasciamo la necessità di stracciare un prezzo che ha mancato l’obiettivo. Capita a tutti, riuscire a comprendere la necessità di rivedere le proprie idee è fondamentale.
Ma lo sconto può essere strategia commerciale?
Ci sono due macro forme di vendita. Quella diretta e quella online. Viaggiano parallele ma vivono di regole differenti.
L’online è una vetrina potenzialmente infinita, finestra da cui si affacciano anche molti clienti che ambiscono a diventare diretti. I portali di vendita si poggiano su regole, algoritmi, dogmi e idee che alle volte vanno solo accettati e seguiti.
Molti sostengono che lo sconto sia più attraente per il mercato. Dà la percezione di pagare meno qualcosa che vale di più.
Eppure, nel mare magnum di proposte, ci sono così tante variabili da considerare che sarebbe superficiale credere che un semplice prezzo sbarrato o una percentuale di risparmio siano da soli in grado di guidare verso la materializzazione di un acquisto. A funzionare, online, sono una solida brand reputation, un insieme di caratteristiche che si confanno alle necessità di chi compra. E poi il prezzo.
E al telefono?
Riteniamo errato concedere uno sconto a prescindere. Dipende dalla data, dal momento in cui viene richiesta, dalla disponibilità totale. È un errore considerare uno sconto procedurale, solo per arrivare a dama.
Ma come, lavoriamo per studiare il mercato, rimestiamo nei nostri errori, facciamo tesoro delle nostre esperienze. Un prezzo deve essere il prodotto di un’attenta e meticolosa analisi. E poi, che facciamo, lo scontiamo?
Fatevi le giuste domande.
Lo sconto, in generale, è ammettere che abbiamo sbagliato a scegliere una tariffa.

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Quanto ci costa il Calcio

Quanto ci costa il Calcio - Revenue Bros consulenza alberghiera

Ah, quanto ci costa il calcio.
Tra le tante novità attuali, c’è quella del bando per i diritti tv della Serie A Tim, a partire dal biennio 2024/2025. Per la prima volta libero dal vincolo triennale d’acquisto, per un massimo di un quinquennale.
Facciamo un po’ di conti e di logica, vi va?
Quando parliamo di questo sport, da appassionati, spesso chi lo detesta e fa fatica a capirlo ci guarda come fossimo matti. 
Più volte però è capitato di sottolineare come questo sia un centro di potere economico e politico da far impallidire chiunque.
Basti pensare che circa la metà della popolazione mondiale ne è fan.
In Italia è sport nazionale. E veniamo dunque a noi.
La lega di Serie A punta a incassare una cifra vicino al miliardo e duecento milioni l’anno, a crescere in percentuale dal quarto anno di accordi in su.
Negli ultimi anni il guadagno è stato di circa 925 milioni di euro. Questi poi, per completezza d’informazione, vanno ridistribuiti tra le partecipanti al campionato (anche per bacino di tifosi e posizionamento in classifica).
Quindi, pallottoliere alla mano, i signori prevedono un aumento di 300 milioni di euro. Ottimisti.
Forti di una stagione europea buona, con una finalista certa di Champions League, ritengono che la brand reputation sia cresciuta.
Questi diritti saranno venduti in tutto il mondo. Ciò che ci interessa sono però le fonti interne. Sky, DAZN e poi? La vendita del pacchetto potrebbe riguardare fino a tre o più distributori. Quindi ecco Amazon, Eurosport, Rai e Mediaset pronti a raccogliere le briciole.
Facile pensare, inoltre, che i costi degli abbonamenti cresceranno. Altrimenti come aumentiamo la produzione.
E il tifoso? Che magari ci aggiunge pure un abbonamento allo stadio o, quantomeno, qualche partita ogni tanto.
Ha da paga’.
Tutto giusto, se fosse disposto a farlo. Il mercato è così che funziona.
Ma il ragionamento, secondo voi, torna?
Con gli attuali costi si raggiunge una cifra. Perciò alzando il prezzo è più probabile che compri più gente o che qualcuno si tiri indietro? A maggior ragione se infiliamo in mezzo un altro abbonamento a una piattaforma che prima mancava.
E poi fanno la guerra contro la pirateria.
A questi signori, come a molti, manca una buona dose di logica.
Poi vedremo se avranno ragione. Il mercato saprà dire la sua.  

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