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analisi, riflessioni e osservazioni su argomenti di attualità

La ricerca della tariffa perfetta

La ricerca della tariffa perfetta

C’è mai fine alla ricerca della tariffa perfetta?
Questo è uno dei tanti aspetti da cui è tormentato chi vende un prodotto (e decide di farlo variando il prezzo). A differenza però di altre sfaccettature commerciali, più tangibili, incontrare il mercato al momento giusto sui parametri economici perfetti è materia incorporea, quasi divina.
Per intendersi, se un aspetto del servizio o dello stato del prodotto è mal recepito dal cliente, è facile accorgersene. Sarà il cliente stesso a lamentare, nei modi e nei mezzi che ritiene opportuni, ciò che percepisce come una mancanza. Tutto (o quasi) soggettivo, frutto del momento e della persona. Sebbene poi, a livello statistico, la riconducibilità di una serie di rimostranze verso una problematica concreta sia più che un segnale di attenzione. Un’indicazione, laddove possibile, su come migliorare.
La ricerca della tariffa perfetta però è davvero un altro mondo.
Partiamo dal presupposto che sia vitale, se si ha l’obiettivo di svolgere un buon lavoro, avere traccia di uno storico che racchiuda tutti i numeri di cui abbiamo bisogno (oltre ad aver chiaro ogni minimo costo, tanto per ripetersi). Lavorato e ipotizzato in modo corretto, andando quindi a tener conto di quelle variabili che possono ingannare o aiutare chi lo legge.
L’acquisizione di uno storico però ci pone al cospetto di un dilemma.
Anche nella massima sicurezza di aver sfruttato al meglio le nostre risorse, siamo sicuri che sia sacrilego puntare a qualcosa di più?
Nella ricerca della tariffa perfetta, avremo ogni giorno dei piccoli nei da coprire. Dissezionando il nostro calendario giorno per giorno, ci accorgeremo di aver mancato in qualcosa. Abbiamo venduto tutto troppo presto, quindi avremmo potuto ambire a qualcosa di più. Abbiamo tenuto il prezzo troppo alto e, alla fine, ci è stato impossibile chiudere al cento per cento. Senza contare gli svariati motivi per cui, in alcuni giorni o periodi, qualcosa fuori dalle nostre umane possibilità ci mette i bastoni tra le ruote. O, al contrario, ci benedice.
Ecco quindi che avremo in mano uno storico migliorabile. Lo avremo sempre, o quasi. Anche nel banale sogno di realizzare un misero, inconsistente “più” da assegnare alla nostra produzione. O a favore di qualche dato che pensiamo valido.
La ricerca della tariffa perfetta ha fine solo nel momento in cui si molla. Questa è la verità.
Il consiglio è quello di concentrarsi sul raggiungimento di uno status d’eccellenza, il massimo sforzo che coniughi una buona qualità (percepita) del servizio in relazione allo stress massimo che si può imporre alla tariffa.
Una volta conseguito, rimanerci. E rosicchiare qualche altro passo verso l’alto.
La ricerca della tariffa perfetta è infinita. 

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Bilancio desiderato contro ambizione concreta

Bilancio desiderato contro ambizione concreta - Revenue Bros Riccardo Moglioni

Bilancio desiderato contro ambizione concreta. Il limbo in cui l’imprenditore rischia di perdersi dalla notte dei tempi.
Lavoriamo di logica.
Il bilancio desiderato è ipotizzato su un’idea appena vicina alla realtà. In mano si hanno dei numeri, degli storici, dei costi, si ha una proiezione soggettiva del valore del prodotto e il resto lo fa l’assai poco lucida necessità/pretesa.
L’ambizione concreta parte dagli stessi presupposti. Numeri reali, studio del mercato in funzione dello storico, definizione precisa tra costi fissi e variabili, valore del prodotto in funzione della brand reputation e della soddisfazione del cliente, il resto lo fa la capacità di capire quanto sia necessario (sottolineato) produrre per avere un’attività in salute. Le proiezioni possiamo farle, certo. Devono però essere ancorate all’empirico.
Questo vale da sempre e varrà per sempre.
Ora però abbiamo l’inflazione. Siamo vessati da questa piaga, tutti senza distinzioni. Chi vive di commercio però sente il fardello ancor più pesante. I prezzi si gonfiano, le bollette della luce vengono postate sui social, addirittura affisse alle vetrine. Il messaggio è forte e chiaro: dobbiamo chiedervi di più, più soldi, perché altrimenti facciamo fatica a sopravvivere.
Bene, tutto giusto, almeno in teoria. Peccato che spesso riprenda la conflittuale dicotomia di cui sopra, ricacciando nel limbo l’imprenditore.
Il bilancio desiderato mette più soldi nei portafogli del consumatore, lo arricchisce e lo rende anche meno sensibile. In fin dei conti perché domandarsi quanto vale un prodotto prima di attribuirgli un’etichetta tariffaria. Partiamo dal presupposto che sia tutto della stessa qualità.
L’ambizione concreta fa i conti su sé stessa. Se il mio prodotto prima costava dieci e adesso costa tredici, quanto mi può dare il mercato per arrivare a un margine discreto?
Sia nello scenario bilancio desiderato che in quello ambizione concreta, il prodotto subisce l’inflazione. Da dieci passa a tredici.
Quindi, quanto chiedevo al mercato prima però?
Se avessi chiesto dieci, sarei stato nei guai per due motivi: o applicavo un prezzo generoso oppure il mercato si rifiutava di darmi altro.
Ma se invece avessi chiesto quindici, venti, venticinque (come nella stragrande maggioranza dei casi)?
Si riduce il margine, il guadagno. Eppure si mantiene l’azienda in positivo.
Tutto questo per ripetere la solita manfrina, benedetta e sacrosanta.
Fatevi i conti in tasca ma bene, con criterio.
Il mercato vi assegnerà un valore. 

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Il cinema ha un problema di prezzo

Il cinema ha un problema di prezzo - Revenue Bros - Riccardo Moglioni

Il cinema ha un problema di prezzo.
Un’affermazione semplice, concisa e reale. Ipotetica nella maggior parte delle circostanze, concreta allo scontro con i numeri recenti.
Contestualizziamo: dal 18 al 22 Settembre l’Italia ha promesso l’iniziativa “cinema in festa”. Prezzo del biglietto 3 euro e 50 centesimi. Questo a fronte di un costo medio intorno ai 7 euro, molto più spesso vicino agli 8 e talvolta superiore nei grandi circuiti multisala.
In questi giorni, come riportano i dati Cinetel, le presenze in sala sono andate sopra il milione. Prendendo a paragone gli stessi giorni della settimana antecedente, qualcosa come il 300% in più.
In un momento, aggiungiamo, in cui gli schermi non proiettano blockbuster o film di immenso richiamo.
Oh, dimenticavamo. C’è chi non ha aderito all’iniziativa. Perché se il cinema ha un problema di prezzo, a questi signori è parso più lecito impuntarsi su una questione di principio. L’esperienza in sala si paga, non ci si abbassa a un sotterfugio così meschino per attirare la gente. E poi ci sono i costi delle bollette esorbitanti, chi la tiene in piedi la baracca?
Cari miei, il cinema ha un problema di prezzo da prima della pandemia. Da prima dell’avvento di Netflix, Prime Video, Disney Plus e compagnia bella.
L’esperienza in sala è ancora magica per le generazioni passate, quelle che hanno coltivato la propria immaginazione nel buio di quei luoghi attraversati dal profumo di popcorn e zucchero. Scontato ma necessario sottolineare la progressione tecnologica compiuta negli ultimi vent’anni. Televisori sempre più grandi e immagini sempre più nitide. Aggeggi elettronici che consentono la visione in qualsiasi formato e in qualsiasi luogo.
La sala è vecchia perché l’interpretazione della sua essenza lo è. E, purtroppo, anche le condizioni di molti cinema sono rimaste ai tempi delle calende greche.
Il problema di cinema è il prezzo perché l’esperienza non si è aggiornata.
Provate a vendere uno stereo vecchia generazione (un mangiacassette) in un negozio, oggi. E vedete chi se lo compra.
MA, c’è un grosso MA. Il cinema ha comunque un problema di prezzo. D’interpretazione strategica. Se costasse meno, la gente andrebbe. Non sempre, non per tutti i film, non per tutti gli orari. Strategia di prezzo, questa sconosciuta.
Meglio vendere un biglietto a 8 euro o 8 biglietti a 1 euro? Incrementando anche, che so, la vendita dei popcorn (8 persone hanno più probabilità di acquistarne rispetto a una) e di bevande. Anche quelli, magari e diciamo magari, commercializzati con criterio.
Ma no, il problema del cinema è che il governo non ha mai supportato l’arte. Che le bollette sono aumentate. Che la gente è sempre più ignorante.
Continuiamo così.

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Influencer per alberghi

Influencer per alberghi - Revenue Bros

Influencer per alberghi, una nuova frontiera di marketing.
Può un influencer portare benefici economici a un albergo?
Il pensiero nasce da un episodio ormai risalente a qualche tempo fa. Una stelletta di Youtube, tale Elle Darby, contattò un hotel di Dublino per passare qualche notte gratuita in cambio di visibilità e sponsorizzazioni sui suoi canali social.
Il proprietario, Paul Stenson, chiuse in modo deciso le porte del suo Charleville Lodge Hotel. Il carteggio elettrico, reso poi pubblico, è a disposizione di chi si vuole fare un’idea in merito alla condotta delle due parti.
Da addetti ai lavori, ci dobbiamo porre una domanda. Dal punto di vista commerciale può servire un’iniziativa del genere?
Forse già il fatto di rinnovare il quesito al cospetto dei nuovi potenti dello showbiz (gli influencer) denota una memoria poco longeva. Da quanti anni ospitiamo, tra le nostre mura, attori, cantati e celebrità di ogni tipo, anche solo in cambio di una foto da appendere alle pareti? Il fatto che abbiano cambiato connotati e si esprimano attraverso altri mezzi cambia di poco la sostanza: utilizzare una personalità seguita e apprezzata per dare lustro al nostro prodotto. Anzi forse oggi è più proficuo servire e riverire Chiara Ferragni, maestra nel trasformare in trend tutto ciò che tocca, piuttosto che Amadeus che di certo avrà altri obiettivi nella vita. Tanto per fare un esempio qualsiasi.
Legittimo far pagare, per l’amor del cielo. Tutto dipende. Dalla necessità, dalle politiche interne, dalla predisposizione personale.
Ma torniamo al punto principale. Può essere utile? Dipende dal soggetto, è ovvio. In linea generale sì. Ed è lo stesso principio per cui la visibilità online vale ogni centesimo di commissione che le si concede. Pochi alberghi, ristoranti, negozi hanno una fama così imponente da essere conosciuti da chiunque.
Immaginiamo che l’influencer occupi la camera per 3 notti. E che il prezzo medio sia di 150 euro a notte. Siamo a 450 euro (cifra ricordiamo arbitraria, in funzione ci si augura delle variabili del mercato e della nostra bravura a indovinarla). Tariffa che coprirà anche i costi variabili di utilizzo della stanza. La gratuità ci manda perciò in perdita, poco da discutere. Se però costui/costei ha una schiera di persone pronte a seguire ogni sua mossa nel desiderio di emularlo/a, quanto vale quell’investimento? Parliamo talvolta di mezzo milione di persone. Se solo un 1% di queste sarà interessato a venire da voi, grazie ai consigli dell’influencer, cosa c’è da discutere?
I tempi cambiano ed è corretto aprirsi a nuove alternative.

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Viaggia come un signore

Viaggia come un signore - Revenue Bros

Viaggia in aereo, viaggia come un signore.
La Compagnie, compagnia di volo francese, nasce nel 2013 e ha una particolarità: vende solo posti business. Parte da Nizza e da Parigi (Orly) per atterrare a New York (Newark). Da pochi mesi ha aggiunto la tratta da Milano (Malpensa). Orari comodi, voli diretti. Una capacità di 76 posti e tariffe a partire da 1500 euro andata e ritorno. Check-in in cinque minuti e imbarco in dieci. Wifi ultraveloce e cucina bistronomica (c’è scritto proprio così).
Sembrerebbe una pubblicità all’iniziativa, quasi una lode. Tuttavia è solo una presentazione del prodotto.
Da quasi quindici anni studiamo il mercato, lo conosciamo in buona parte e sappiamo quale sarebbe il desiderio più sfrenato degli imprenditori: puntare a un target il cui portafogli è florido e pronto a eruttare. Un cliente educato, bello, riservato, rispettoso e pronto a recensioni ricche di complimenti ed entusiasmo.
Siamo sicuri che il mondo sia pieno di profili simili. Che ci sia una larga parte della popolazione benestante. A cui è corretto proporre servizi di alto lignaggio.
Siamo tuttavia certi che proprio oggi (ma forse sempre), in un momento così delicato, sia opportuno dedicarsi a quel tipo di mercato?
C’è inoltre da sottolineare la psicologia del consumatore. Un volo canonico, pur a una tariffa forse più elevata de La Compagnie, distingue i privilegiati dai comuni mortali. Dando un senso elitario alla poltrona business (o prima classe).
Ma questo può essere marginale.
Secondo quanto si legge, La Compagnie sarebbe già in perdita, riuscendo al massimo a riempire tre quarti del volo.
Dati alla mano, in Europa (e nella nostra Italia) la compagnia che trasporta il maggior numero di passeggeri si chiama Ryanair.
Informazioni piuttosto eloquenti. Ciò è lontano dal voler affermare che è impossibile guadagnare con il lusso. Il mercato però, la sua larga parte, è in mano a gente che fa i conti per andare in vacanza. Che viaggia di più perché qualcuno ha avuto la lungimiranza di variare il prezzo in funzione della stagionalità, la distanza dalla data e l’occupazione.
E il miglior modo per incontrare il mercato è variare la tariffa, alzare quando è opportuno, mantenerla stabile quando è necessario.
Convinciamoci che è il mercato a scegliere noi, (quasi) mai viceversa.

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Preghiamo che venga la crisi

Crisi - Revenue Bros

Sembra un paradosso, un atto autolesionistico, eppure l’unica via. Preghiamo che venga la crisi.
L’estate è ormai quasi al termine, quattro mesi di caldo torrido, poche piogge e bella vita. Nonostante le terrificanti notizie di rincari, l’inflazione che si insinua nelle nostre vite mentre noi continuiamo a fare buon viso a cattivo gioco, la stagione delle vacanze è andata bene. Per alcuni alla grande, per altri in modo soddisfacente. Si potrebbe dire che siamo tornati alla normalità, sebbene ormai abbia cambiato del tutto parametri e nessuno ci fa neanche più caso.
Con l’autunno alle porte, la domanda è più lecita che mai. Quanto durerà? Quanto, anche chi sta stressando il portafogli più del dovuto, inizierà a farsi dei conti più assennati nelle tasche? Provate a chiedere a chi avete intorno, siamo convinti che molti vi diranno di avere la percezione di stare spendendo più di quello che si possono permettere. Ma la vita è breve, ci siamo sentiti privati del tempo e dell’opportunità di fare ciò che amiamo. Perciò carpe diem. Tutto giusto, tutto condivisibile.
Però le bollette crescono, si triplicano. Costa tutto di più. Avete notato quanto costa adesso una bottiglia di olio di semi?
Davvero, quanto può durare? Gli stipendi rimangono immobili. Le aziende fanno fatica, è fisiologico. E quale pensate sia lo scenario più probabile: a) daranno aumenti e assumeranno altre persone, contribuendo al benessere dell’economia b) licenzieranno, falliranno, creando ancor più difficoltà economiche.
Parrebbe un cane che si morde la coda. Portando dei poveracci come noi a chiedersi chi ne beneficia davvero.
Ed ecco perché preghiamo che la crisi arrivi presto. Per ripristinare dei parametri che oggi sono fuori asse, fuori controllo. Quando la gente avrà difficoltà serie, mancherà la scelta se andare a ristorante, in vacanza o al cinema. Starà all’economia riparametrarsi per rimanere a galla.
La bolla anomala che si è creata è destinata a scomparire. E sopravvivrà chi sarà in grado di accettare le nuove condizioni. Chi penserà di poter forzare il mercato, cadrà.
Forse allora smetteremo di tentare di scalare una montagna che diventa sempre più alta e inizieremo davvero a ricostruire.

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Domino’s pizza chiude tutti i punti vendita in Italia

Domino’s pizza chiude tutti i punti vendita in Italia - Revenue Bros

Notizia recente: Domino’s pizza, celebre catena di pizzerie americana, chiude tutti i punti vendita in Italia.
In realtà non c’è stato nessun comunicato ufficiale, anzi le risposte alle domande dei consumatori sono sibilline, annunciano lavori, promettono riaperture. Eppure a Wall Street il brand perde colpi, sintomi che rilevano uno stato di salute precario.
Si susseguono i commenti, spesso derisori. C’è chi dice che vendere la pizza agli italiani è come provare a spacciare ghiaccio al polo sud. E potrebbe essere la chiave di lettura più logica. Il nostro tradizionalismo è stato spesso barriera per grandi catene e marchi famosissimi in tutto il mondo. A livello culinario, come lo facciamo noi, non lo fa nessuno. O almeno è ciò che pensiamo.


C’è chi dà la colpa alla pandemia. Anche se un servizio di consegna a domicilio avrebbe dovuto beneficiare del lockdown, in verità ha aumentato la concorrenza. Anche i ristoranti abituati a servire solo al tavolo si sono dovuti adattare alle condizioni. Ed ecco che sul mercato sono comparsi protagonisti nuovi.
Ma se dopo sette anni il colosso del Michigan batte in ritirata, o almeno così pare, a nostro avviso c’è qualcosa di più rispetto a tutto ciò che si presuppone. I fattori sopra indicati hanno giocato certo un ruolo cruciale, tuttavia potrebbe essere stato qualcos’altro a rendere difficile la vita agli yankees in terra nostrana.
Innanzitutto lo studio del prodotto. Stiamo parlando di una pizza la cui qualità è discutibile, arricchita da miscugli arditi di ingredienti che mai considereremmo abbinabili.


La colpa più grave però è che il menù italiano, rispetto a quello americano, è stato adattato a quelle che si pensano essere le nostre esigenze. Errore terrificante. Se voglio una napoletana o una margherita, è ovvio che la cerco altrove. Allora sì che vai a gareggiare con un rivale più bello, più forte e più allenato.
Inoltre, e questo forse fa ancor di più la differenza, il servizio di Domino’s pizza ha mostrato più di qualche pecca. Su una piazza come Roma, in teoria florida per quantità di turisti, residenti stranieri e mentalità internazionale, il territorio è stato coperto male e in molte zone era impossibile provare questa novità.
Due componenti che hanno decretato il fallimento, almeno momentaneo.
Siamo sicuri che se ne faranno una ragione. Coprono paesi in tutti e cinque i continenti, hanno le spalle robuste.

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Springsteen a prezzi dinamici

Springsteen a prezzi dinamici - Revenue Bros Consulenza Alberghiera

Springsteen a prezzi dinamici.

Ticketmaster rivoluziona la vendita dei concerti, lo fa grazie al Boss.
Sono stati mesi concitati per il turismo, nel pieno della sua potenza espressiva. Eppure a far rumore è un’altra notizia, legata al mondo dello spettacolo. Noi viaggiatori siamo abituati al concetto di “dinamico”. Compriamo voli e li paghiamo a seconda del momento e dell’occupazione, lo stesso facciamo con gli alberghi. Siamo stati educati così, dopo anni di grande fatica. Sebbene qualcuno fatichi ancora a digerire il concetto. Il resto dell’economia però è legato ai vecchi parametri. Un prodotto nasce e muore allo stesso prezzo, a prescindere dalla pressione del mercato. Che peccato, no?
Bruce Springsteen è il più grande performer esistente. Concerti di quattro ore come media e un repertorio musicale stratosferico. Uno degli artisti più amati e più seguiti di sempre, capace di portare 100mila persone a uno spettacolo.
Sono passati diversi anni, soprattutto a causa della pandemia, dall’ultimo tour. L’attesa è stata spasmodica. Aggiungiamo pure l’inflazione fuori controllo che caratterizza l’attualità, capiamo che un biglietto per il Boss può solo essere impegnativo per il portafogli.


Ticketmaster, fiutando l’affare, è andato oltre, spingendosi con audacia laddove ancora nessuno aveva osato.

Prezzi dinamici. Vista la mole di richieste e di acquisti, un ticket è arrivato a costare (negli Stati Uniti) anche 5000 euro.
Scandalo, vergogna. Commenti da tutte le parti. I fan in rivolta, delusi dal loro eroe, da sempre simbolo del popolo.
Chi conosce anche solo marginalmente l’establishment, sa che nessun artista mette il becco nel costo del biglietto. Sono troppe le teste e le tasche coinvolte. E, oltre al cachet di cantanti e band, c’è da contare una serie infinita di costi.
Torniamo quindi alla questione etica? A differenza di una stanza di albergo o di un volo, l’affezione verso il proprio beniamino non può essere sostituita da uno spettacolo di qualcun altro. Elvis vendeva ingressi a 10 dollari quando la media del periodo era di 25, per fare contenti tutti i suoi amati sostenitori. Tempi diversi, di sicuro. Ma siamo certi che si centri il punto?
Rimaniamo convinti che il mercato sia libero di esprimersi fin dove la richiesta può spingerlo. A 5000 euro il biglietto viene venduto? Se sì, è il prezzo giusto per quel momento. Se no, è sbagliato.
Davvero è così semplice. Di etica lasciamo parlare chi se ne intende.

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 Ancora Disparità Tariffaria

 Ancora Disparità Tariffaria - Revenue Bros

 Ancora Disparità Tariffaria

Disparity, guerra commerciale o ideologica?

Tutt’oggi molti addetti ai lavori sono convinti che la strada da percorrere sia quella della disparità tariffaria.
Cosa c’è alla base di una scelta del genere?
Da sempre siamo sostenitori di parità tariffaria e di condizioni di vendita su tutti i canali online, con licenza al banco e al telefono di gestire al meglio il cliente.
Per molti, ancora la maggior parte, le richieste di commissioni di Booking.com e fratelli sono troppe esose. Argomento che di per sé meriterebbe ore di sedute di psicoanalisi. Basterebbe ragionare sul concetto di tanto producono tanto guadagnano per avere una verità decente in mano. Se la metà degli imprenditore ragionasse in questi termini sulla produttività del proprio staff, ahinoi, chissà quanti receptionist, revenue manager e direttori perderebbero il lavoro.
Allora la soluzione è aumentare la tariffa delle OTA e creare un canale preferenziale per il sito, effettuando sconti sistematici anche a telefono.
Avete provato a capire quanto cambia davvero il comportamento del mercato con e senza parità tariffaria? Parliamo di realtà già inserite nel mercato, sia chiaro, perché in fase di start up è difficile avere uno zoccolo duro di abituali o una fama tale da avere il telefono che squilla in continuazione.
Torniamo sul meccanismo. Se su Booking.com aumento la tariffa ma Booking.com continua a portarmi i clienti, cosa mi dice questo? Forse che sto sbagliando prezzo al diretto, visto che c’è un mercato che mi compra a un prezzo (presunto) maggiorato? E chissà che fetta di fatturato mi sono mangiato.
Ecco che diventa allora una battaglia ideologica. Si è disposti a rinunciare a una qualità maggiore di ricavo medio pur di non dare un 15/18% a chi fa egregiamente il suo mestiere.
A quel punto fatevi una nuova domanda. Sarebbe lo stesso sia che vendessi a 50 euro che a 200 euro? L’importante è non dare quei soldi alle sanguisughe online.
In tanti anni abbiamo sentito tante voci e studiato tante teste. Per il bene vostro e della vostra struttura, fate chiarezza su questo punto.
Avere il controllo della tariffa è avere una mappa attendibile del mercato.  

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Tour Operator e Pandemia

Tour Operator e Pandemia - Revenue Bros

La pandemia ha resuscitato, in parte, i tour operator.
In verità non sono mai del tutto spariti, forti della loro ragion d’essere. In un mondo sempre più autonomo, ricco di strumenti per il fai-da-te e di informazioni utili a coprire lacune prima insormontabili. Ci sono ancora mete però che richiedono un’organizzazione più meticolosa e l’esperienza di che è del settore. Ed esistono ancora generazioni, mentalità che preferiscono demandare ad altri certe questioni.
Tutto ha un senso, basta analizzarlo.
Cosa è successo però durante questi anni della pandemia? Sono cambiati a tal punto i comportamenti del mercato? Sotto certi aspetti sì. Le finestre prenotative si sono spostate ancor di più sotto data, abbiamo tutti sentito ancor di più il bisogno di liberarci da vincoli e dal rischio di perdere soldi. L’incertezza ha guidato le decisioni di tutti. La sensazione di essere protetti da qualcuno è rassicurante. Nel caso in cui ci dovessero essere problemi, avere qualcuno che li risolve è magnifico.
Ed ecco che i tour operator si presentano forti del loro ruolo.
Qual è stato il rischio, però, dal lato degli addetti ai lavori?
Parliamoci chiaro. I tour operator lavorano, per la maggior parte, sulle stagionalità favorevoli e le mete più richieste. Laddove insomma ci sarebbe poco bisogno di loro.
Esistono ancora strutture ricettive che hanno necessità di concedergli una fetta della propria occupazione. Alberghi giganti che, anche lavorando bene, farebbero altrimenti fatica ad avvicinarsi al 100% di occupazione ogni giorno. I gruppi organizzati sono spesso più semplici da gestire. E ciò che tolgono alla qualità del fatturato lo riguadagnano con indici medi di soggiorno più ampi, il risparmio delle commissioni OTA e un utilizzo maggiore dei servizi (vedi soprattutto il ristorante, quando c’è).
In questi anni la paura di aver perso il cliente può aver portato alcuni a lasciar ancor più spazio ai tour operator. Spesso a ragion veduta. E, in alcuni casi, può aver funzionato. Come detto, i tour operator sono stati il ponte di sicurezza tra chi voleva viaggiare in sicurezza e il periodo incerto.
Oggi le condizioni sono cambiate, sono tornate simili alla normalità. Le modalità di acquisto si sono riparametrate di nuovo.
Già oggi è tempo di programmare il prossimo anno. E di porsi le giuste domande.
Gli accordi che ho in essere vanno ancora bene?
Il mercato ha lo stesso bisogno dei tour operator?

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