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analisi, riflessioni e osservazioni su argomenti di attualità

Tour Operator e Pandemia

Tour Operator e Pandemia - Revenue Bros

La pandemia ha resuscitato, in parte, i tour operator.
In verità non sono mai del tutto spariti, forti della loro ragion d’essere. In un mondo sempre più autonomo, ricco di strumenti per il fai-da-te e di informazioni utili a coprire lacune prima insormontabili. Ci sono ancora mete però che richiedono un’organizzazione più meticolosa e l’esperienza di che è del settore. Ed esistono ancora generazioni, mentalità che preferiscono demandare ad altri certe questioni.
Tutto ha un senso, basta analizzarlo.
Cosa è successo però durante questi anni della pandemia? Sono cambiati a tal punto i comportamenti del mercato? Sotto certi aspetti sì. Le finestre prenotative si sono spostate ancor di più sotto data, abbiamo tutti sentito ancor di più il bisogno di liberarci da vincoli e dal rischio di perdere soldi. L’incertezza ha guidato le decisioni di tutti. La sensazione di essere protetti da qualcuno è rassicurante. Nel caso in cui ci dovessero essere problemi, avere qualcuno che li risolve è magnifico.
Ed ecco che i tour operator si presentano forti del loro ruolo.
Qual è stato il rischio, però, dal lato degli addetti ai lavori?
Parliamoci chiaro. I tour operator lavorano, per la maggior parte, sulle stagionalità favorevoli e le mete più richieste. Laddove insomma ci sarebbe poco bisogno di loro.
Esistono ancora strutture ricettive che hanno necessità di concedergli una fetta della propria occupazione. Alberghi giganti che, anche lavorando bene, farebbero altrimenti fatica ad avvicinarsi al 100% di occupazione ogni giorno. I gruppi organizzati sono spesso più semplici da gestire. E ciò che tolgono alla qualità del fatturato lo riguadagnano con indici medi di soggiorno più ampi, il risparmio delle commissioni OTA e un utilizzo maggiore dei servizi (vedi soprattutto il ristorante, quando c’è).
In questi anni la paura di aver perso il cliente può aver portato alcuni a lasciar ancor più spazio ai tour operator. Spesso a ragion veduta. E, in alcuni casi, può aver funzionato. Come detto, i tour operator sono stati il ponte di sicurezza tra chi voleva viaggiare in sicurezza e il periodo incerto.
Oggi le condizioni sono cambiate, sono tornate simili alla normalità. Le modalità di acquisto si sono riparametrate di nuovo.
Già oggi è tempo di programmare il prossimo anno. E di porsi le giuste domande.
Gli accordi che ho in essere vanno ancora bene?
Il mercato ha lo stesso bisogno dei tour operator?

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Etica vs Mercato

Etica vs Mercato - Revenue Bros

Etica vs Mercato. Vivere l’oggi vs Paura del domani.
Siamo in quest’imbuto, ve ne siete accorti? Ma certo che sì, impossibile evitare di prestarci attenzione. Perché l’estate 2022, dopotutto, è decisamente diversa dalle due precedenti. Eppure era difficile sospettarlo, per quanto la logica avrebbe dovuto portarci sin qui. Siamo stati costretti a vivere il momento, esercizio impervio prima della pandemia, preoccupandoci di mettere sul tavolo le poche carte che avevamo. Poteva essere l’ultima mano e dovevamo tenerci a galla.
Le precedenti estati hanno rappresentato una libera uscita, sfogo delle frustrazioni e dalla prigionia. Ora abbiamo una percezione un filo più netta di ciò che sarà.
Oggi l’economia esplode, l’inflazione è alle stelle. Porta sulle spalle la storia di tutto ciò che sta continuando a succedere. Ma (badate bene perché questo passaggio è cruciale), nonostante se ne lamentino, quasi tutti continuano a spendere e spandere. Complice l’aumento dei costi (o con la suddetta scusa), i prezzi di tutto si sono alzati.
I più coscienziosi, o forse solo spaventati, si angustiano e si domandano: è corretto cavalcare l’onda, mungere la vacca finché ha latte (etica)? Perché oggi i numeri sono drogati, i soldi finiranno, la pacchia finirà presto. Già in autunno non sappiamo cosa aspettarci (paura del domani).
Certo, considerazioni tutte valide. Ennesima curiosa rappresentazione dell’animo umano. In panico nel bene tanto quanto nel male. Rassegnato davanti all’ineluttabilità del fato e scettico al cospetto del miracolo.
Se però oggi il mercato va, se spinge ben oltre ciò che avevamo pronosticato, è corretto mettergli un freno? Tutto ciò che è trasparente è etico. La vendita, quando è ben strumentalizzata, è l’incontro tra domanda e offerta. Con soddisfazione reciproca (o possibilità sempre più estese di comunicare al mondo il contrario da parte del cliente).
Domani la pacchia finirà? Può darsi. Tuttavia a livello economico va vissuto l’oggi, proprio per l’ombra di dubbio che ammanta il domani.
Vivrà chi farà tesoro di tutte le esperienze. Starà in piedi chi sarà in grado di stabilizzarsi e adattarsi ai prossimi scossoni.
Molti vedono questo momento economico come una sciagura.
Noi crediamo sia un’opportunità. 

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Online ma invisibile

Online ma invisibile - Revenue Bros

Online ma invisibile.
WhatsApp lancia un aggiornamento per consentire all’utente di celare la propria presenza ai suoi contatti. Ci sono ma sono invisibile. Vedo senza essere visto.
C’è da glorificare la messaggistica istantanea gratuita per la semplificazione che ha garantito alle nostre vite. Celandoci dietro alla facilità di poche, impersonali parole. Basta chiamate difficoltose, confronti diretti con le proprie ansie. E basta dover rispondere a una chiamata nel momento stesso in cui si materializza. Prendiamoci il nostro tempo e riflettiamo. È proprio la scansione temporale ad aver rivoluzionato le nostre esistenze. Tutto nell’ottica di agire quando vogliamo e non quando dobbiamo.
WhatsApp però diventa sempre più ambiguo.  Visualizzare senza aver visualizzato. Ascoltare audio senza aver ascoltato. Spunte blu, spunte grigie. E ora addirittura un fantasma nascosto nell’ombra, in attesa di decidere quando palesarsi.
Internet diventa sempre meno trasparente, perdendo la sua meritocrazia. Chiunque può dire e fare qualsiasi cosa protetto da uno schermo, forte della sua codardia.
Non va bene.
Ormai WhatsApp regola le relazioni private tanto quanto quelle professionali. Siamo liberi di tenere il nostro numero per noi, se riteniamo di dover fuggire dai nostri contatti.
Allo stesso modo, se vogliamo recensire un prodotto, un’attività commerciale, un’azienda, dobbiamo poter essere identificati almeno attraverso un segno di riconoscibilità, un attestato di credibilità.
Abbiamo bisogno di fidarci del giudizio, pur soggettivo, dell’altro.
Internet sta perdendo troppa credibilità, a vantaggio chissà poi di chi.

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Voi come la preferite la pizza?

Voi come la preferite la pizza? - Revenue Bros

Ma voi come la preferite la pizza?
Difficile astenersi dal commentare quanto successo nell’ultima settimana. Per chi se lo fosse perso, Flavio Briatore vende pizze con il patanegra (prosciutto pregiatissimo spagnolo) a 60 euro. Scandalo, vergogna. Un susseguirsi di dibattiti infiniti, chiunque mette bocca. Da Gino Sorbillo, maestro pizzaiolo napoletano, che viene applaudito dal popolo perché lui giammai metterebbe ingredienti raffinati su un alimento popolare. Perché la pizza è della gente, dalle strade alle campagne, dalle bettole alle regge (o forse quelle no). Ci hanno tirato su pure una puntata di Porta a Porta, pensa tu.
Si passa poi agli insulti territoriali, la vera pizza non è di Napoli ma di Salerno. Addirittura Aurelio De Laurentiis si sbilancia e ammette che l’impasto alla napoletana non è di suo gradimento. Un po’ come Francesco Totti che confessò di amare poco la carbonara.
Veniamo a considerazioni serie perché riguardano tutto il mondo dell’economia.
Partiamo dalla dichiarazione più controversa.
Briatore, imprenditore di successo, polemizza affermando che la sostenibilità di una pizzeria sarebbe nulla se facesse pagare il prodotto pochi euro. Può esserci del vero, vista la scelta delle location e gli affitti mostruosi che dovrà pagare. Il variabile di una pizza sono gli ingredienti e quello ricade sull’impronta qualitativa e sul target che si vuole raggiungere. Ma, dovessimo trovare un punto su cui discutere riguardo alla strategia di Briatore, sarebbe proprio quello dei costi.
Ma lui è un vecchio marpione, sa che più fa confusione, più se ne parla e più gente ci va. Sono i principi base del marketing. Visibilità.
Passiamo poi al prezzo, la madre di tutti gli scandali. Se scorgete un po’ il menu, facilmente consultabile su internet, troverete anche pizze più abbordabili. A via Veneto in Roma, quella al pomodoro costa 13 euro.
Carlo Cracco, celebrity chef stellata, vende la margherita a 22 euro. E lui sapete che vi dice? Questa è la mia pizza, la faccio io e il prezzo lo scelgo io.
In sostanza, volete venire ad assaggiarla? Pagate!
Oh! Eccoci al cuore di tutto. Il libero mercato è fatto di scelte. Nessuno punta alla tempia la pistola al cliente e lo costringe. Siamo (per ora) un paese libero. Saranno le leggi del mercato a stabilire il successo di un’azienda.
Briatore venderà poche pizze? Ha torto. Ne venderà tante? Ha ragione.
Ma poi qualcuno ha fatto la domanda più banale e naturale ma più interessante?
Ma ‘sta pizza di Briatore, è buona o no?

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Come va l’estate?

Come va l'estate - Revenue Bros

Albergatore, come va l’estate, sei pieno? Sei vuoto?
Una preoccupazione e una soddisfazione? Macché due preoccupazioni, altroché.
Siamo a un passo dell’estate e le carte sono in tavola, abbiamo in pieno il sentore di cosa potrà essere. Per ora ce n’è per tutti e in abbondanza.
Un’esposizione corretta dovrebbe già aver creato una buona percentuale di occupazione, a prezzi ben calibrati e in crescendo, per andare da adesso in poi a gonfiare i ricavi medi. Da ora in avanti si gioca sulla qualità e non sulla quantità. Il mercato dei ritardatari è quello che più si deve accontentare (si fa per dire) di ciò che passa al convento. In funzione di una serie infinita di variabili, parametri e necessità. Da oggi però la sensibilità al prezzo è ricalibrata.
Devo essere preoccupato se sono vuoto su Luglio e Agosto?
Un pochino, sì. Ragionevolmente significa che la tariffazione di partenza è stata esagerata e il mercato ha creato un blocco fisiologico. Soprattutto sul tipo di cliente che progetta per tempo e può giocare su una considerazione più oculata del portafogli. Non è solo questione di previdenza ma di possibilità. Non a tutti è dato organizzarsi con mesi di anticipo le ferie.
Molto è anche in funzione della capacità della nostra struttura. Meno unità ci sono da commercializzare più è semplice riempire, anche sotto data, a cifre opulente. Anzi forse è persino strategico creare un piano d’azione volto a quest’obiettivo.  
Siamo quindi ancora in tempo per venderci, persino bene.
Se sono già tutto pieno? Allora devo essere contento.
Ma quando mai. Ancora peggio. Ti sei giocato la carne più saporita, quella vicina all’osso. Chiedendo perdono a vegetariani e vegani per l’analogia.
Chi è pieno e contento dovrebbe avere l’accortezza di segnare i rifiuti per occupazione da oggi in avanti. Senza la traccia infinita di tutto il traffico e la visibilità che perde online. Se i conti tornano, comunque bene. A patto che si abbia la consapevolezza che si sarebbe potuto vendere molto, molto, molto meglio.
Ma allora, caro albergatore, qual è la via di mezzo?
La ricerca costante di un equilibrio, tra occupazione e ricavo medio.
L’estate ormai è terreno di caccia per tutti. Dal mare, alla montagna, alle città d’arte. Tenendo conto dei parametri vitali della nostra struttura, delle ambizioni praticabili e delle nostre finestre di mercato.
Come va dunque l’estate?

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A una settimana esatta dall’estate

A una settimana esatta dall'estate - Revenue Bros

Siamo a un settimana esatta dall’estate.
Sembra strano aver passato due anni di pandemia, ogni volta che si mette il naso fuori dai problemi la normalità pare sempre esser stata con noi.
Gli scorsi anni però l’estate ha rappresentato una bolla temporale in cui il turismo si è espresso alla massima potenza, dando risultati magici, potenti. Nel 2022 ci arriviamo con qualche mese di lavoro in più sulle spalle, una maratona iniziata da più lontano.
Cosa aspettarsi quindi?
Il fattore climatico avrà un’influenza decisiva, al solito. Tuttavia il grande caldo è iniziato già da tempo, spostando alcune dinamiche di prenotazione. I comportamenti del mercato, già da fine Maggio, somigliano a quelli dei mesi più caldi.
Si possono commettere due errori madornali quest’anno.
Il primo è pensare che il copione del 2022 sia identico a quello delle due estati precedenti. La finestra prenotativa però è diversa. Come detto, il turismo è tornato già da qualche mese nelle pratiche della gente. Ciò ha permesso anche ai più dubbiosi di preparare già un piano d’azione. 2020 (soprattutto) e 2021 hanno costretto un’organizzazione più sotto data, alla ricerca quasi affannosa della proposta più adeguata per tempo e portafogli. Questo ha consentito a strategie commerciali meno studiate di funzionare alla grande.
Quest’anno sarà forse lievemente diverso.
Il secondo clamoroso errore può essere di valutazione. Dare per scontati i due anni precedenti e pensare che sia nostro diritto divino replicarli. Dobbiamo esser bravi e lucidi a notare le anomalie, sottolineare come in quegli spazi tra restrizioni e lockdown si sia concentrato uno sfogo turistico fuori dalla norma. Prestazioni che spesso hanno superato anche le stagioni migliori in periodi pre-pandemici.
Se riusciamo quindi anche solo a replicare ciò che è stato, tanto di cappello. C’è sempre il rischio che la sana ambizione, quella che ci spinge a migliorarci, perda equilibrio e vada fuori asse. I numeri invece vanno letti e capiti.
Viviamo un’inflazione estrema, è sotto gli occhi di tutti. Ciò che ancora gioca a favore dell’economia è l’entusiasmo che la gente nutre verso determinate necessità. Il viaggio è una delle prime voci in questo senso.
Preoccuparsi di quanto possa durare è fuorviante, per il momento.
L’estate andrà bene e questo, per ora, basta.  

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La Cancellation Policy

Cancellation Policy - Revenue Bros

Avete mai dato la giusta importanza alla cancellation policy?
Sembra una domanda banale ma più si va avanti e più ci si rende conto che spesso si tralascia l’apporto di una corretta politica di cancellazione alla strategia commerciale.
In un’epoca sempre più online, dove tutti si sentono tranquilli dietro a una tastiera o a uno smartphone, è necessaria questa presa di coscienza.
Il prezzo è fondamentale, è il valore che determina l’interesse d’acquisto. Se necessità e qualità del prodotto coincidono, la tariffa suggella in via definitiva il passo verso la materializzazione della vendita.
Il prezzo però non è vincolante (a meno che si tratti di una non rimborsabilità, pratica sconsigliata e pressoché rigettata dal mercato). Il vero impegno il cliente lo prende sui termini di svincolamento dalla promessa formalizzata con la prenotazione.
In altre parole maggiore è il margine di ripensamento, più la decisione può essere presa a cuor leggero. Per solito la gran parte di chi acquista poi rimane sulla scelta iniziale. Tuttavia c’è chi poi cambia idea (e qui si potrebbe aprire un’enorme parentesi, di difficile decifrazione e che porterebbe lontano dal punto).
La cancellation policy è importante perché ci consente di tenere sotto controllo eventuali ripensamenti e mantenere intatta la qualità del nostro prezzo (sempre e per sempre variabile). Il principio è quello di convenienza. Per la nostra azienda e di rimbalzo per il mercato.
Rispondete alle seguenti domande:
1) Verso quali ore/giorni/mesi il mercato mostra maggior interesse?
2) In che momento della mia commercializzazione il mio prezzo di vendita raggiunge il suo apice?
3) Di quanto tempo ho bisogno per recuperare a un’eventuale defezione andando il meno possibile a intaccare la qualità della mia vendita?
4) Quando materializza la maggior parte delle mie vendite?
La compravendita è sempre bilaterale, un esercizio che deve funzionare da entrambe le parti, in modo che siano equamente soddisfatte.
Giusto concedere poche restrizioni ma evitiamo di eccedere in senso opposto. È lecito domandare al cliente impegno e serietà al pari di quanti ne concediamo.
Chi lavora sul prezzo in modo corretto deve lavorare sui paletti delle cancellation policy a suo vantaggio.  

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La guerra all’online

La guerra all'online - Revenue Bros

Ancora oggi si ha la sensazione che i commercianti vogliano fare la guerra all’online.
Si generalizza, lo si conceda. Ancor di più visto che la lente d’ingrandimento è piazzata sulla nostra penisola, ancora troppo scettica e disabituata all’utilizzo della tecnologia. Quando poi si tratta di transazioni economiche poi, peggio si sente.
Internet ha cambiato le nostre vite, ha semplificato numerosi processi, globalizzato a dismisura qualsiasi conoscenza (e prodotto). Pensare che sia stato solo un cambiamento in positivo è da stolti, questo è ovvio. Tuttavia continuare a combatterlo come fosse un nemico equivale alla resa.
Questo è il punto.
C’è chi dirà: eh ma i piccoli negozi hanno vita corta, la concorrenza di Amazon li ha stracciati. Anche solo tutti i costi che un luogo fisico deve mantenere, tra affitti, staff. Naturale che i prezzi siano più alti. E poi la gente entra, tocca con mano, prova e finisce per acquistare dove più gli conviene. Su internet.
Certo, funziona proprio così. Se si è parte di una catena, le spalle sono coperte. Il povero, disgraziato esercente singolo, deperisce sotto i colpi delle multinazionali.
Ma è solo quella la causa?
La via è più faticosa ma la competenza necessaria per mantenere un’attività florida, oggigiorno, passa anche attraverso i nuovi strumenti che il mercato impone. Studio tutto nuovo di pratiche ormai necessarie. Oltre a ciò che si vende, ai fornitori da cui ce lo si procura, al target che si vuole aggredire. Poi c’è il web marketing a trecentosessanta gradi.
I commercianti sembrano voler fare la guerra all’online. Puntando per giunta obiettivi irrealizzabili.
E di nuovo c’è chi sosterrà: eh ma Amazon sarà sempre in cima alle ricerche di Google.
E lo crediamo bene, con tutti i soldi che investe in pubblicità.
Ma il singolo esercente punta anche al fatturato di Amazon? O basta qualcosa di più modesto per avere la pancia piena?
Troppi parametri sono sballati, questa è la verità. Dall’ideazione del prezzo di vendita al modo in cui lo si commercializza. Al pensiero che la concorrenza sia causa di ogni male.
Figuriamoci se Internet può essere visto come la soluzione.
La sensazione è che manchi ancora un ponte solido tra il pensiero di ciò che si vorrebbe e il sudore necessario per procurarselo. La paura, talvolta mascherata da pigrizia, di non essere comunque in grado di sopravvivere. L’incapacità di porsi le giuste domande.
In mezzo a tutto, un assunto sfuggevole: Internet è un nemico solo se lo si prende come tale.

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Ristorazione redditizia

Ristorazione redditizia - Revenue Bros

Oggigiorno la ristorazione rimane una delle poche attività (fisiche) redditizie.
Le buone idee e la competenza sono sempre necessarie?
Riuniti con amici attorno alla tavola dell’ennesimo ristorante, commentavamo l’affluenza sempre florida di questo tipo di esercizi commerciali.
Vero, era sabato sera e, vero, eravamo a Roma. Ma la trattoria in questione è un po’ fuorimano. Cosa ci vuole quindi per avere successo?  
Tutti alzano i prezzi, tutti si lamentano di avere sempre meno soldi. Eppure eccoli pronti a scucire 25/30 euro per un pasto. La componente socio-antropologica è fondamentale. L’elemento di aggregazione, pretesto per uscire e incontrarsi vis-à-vis con la gente, invece di guardare il loro aggiornamento di status o leggerli sul telefono. La chance di valorizzare il profilo social grazie alle foto del panino chic, alla ricerca di like e di dare lustro alla propria immagine di viveur.
E questo, assurdo dirlo, va a prescindere dalla qualità del prodotto. Ben lungi dal significare che un ristorante di bassa qualità possa sopravvivere. C’è inoltre da dire che l’online può essere fuorviante, il giudizio soggettivo sul cibo è più che mai opinabile, sebbene la statistica tenda a rendere sempre merito.
La ristorazione rimane una delle poche attività redditizie; tuttavia, forse per la semplicità concettuale apparente, attira le peggiori idee. Ed è la rappresentazione più chiarificatrice che esista del concetto: facciamo quello che fanno gli altri. Copiarne i trend e l’impostazione, producendo spesso lo stesso prodotto e saturando il mercato, pronto a rigettarne gli assiomi (magari dopo un’accoglienza promettente).
Cosa vuole la gente? Prima domanda da porsi; colmare un vuoto laddove c’è sovrabbondanza. Tutti vogliono hamburger. Mille posti a venderli. Le patatine fritte all’olandese, ottima idea. Tre in cinquecento metri.
Oggi viviamo l’epoca dei poké. In linea con i principi nutrizionisti e salutisti dell’epoca. E poi chi ha mai pensato di poter mangiare hawaiiano.
Andatevi a guardare questi posti. Alcuni sono catene, certo. Ma sono tutti sono uguali tra loro. Stessa proposta culinaria e (ci siamo) stessi prezzi. Anche gli all-you-can-eat asiatici li hanno messi nei loro menù.
Come li fanno i prezzi secondo voi? Studiano la materia prima, la posizione, la richiesta? Oppure guardano il menù di un altro e copiano?
Fatevi voi stessi un’idea. Ne riparliamo tra un anno, forse un paio, vediamo quanti ne sono sopravvissuti e i motivi per cui sono emersi.
Che un mercato come quello della ristorazione funzioni e sia redditizio è certo.
Che tutti possano sopravvivere a prescindere è una sciocchezza.

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Venezia a numero chiuso

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Notizia ufficiale, Venezia da Giugno in poi sarà a numero chiuso.
A leggerla così c’è da rimanere scioccati. Ma come, tutti vorrebbero vederla e noi li teniamo fuori?
C’è qualcosa in più però sotto, un’iniziativa che ha un suo senso e una costruzione commerciale logica.
Partiamo dai numeri. Una buona analisi commerciale ha sempre inizio da quella fonte. Gli ultimi dati validi ISTAT sono relativi al 2019. In quell’anno, ultimo prima della pandemia, le presenze turistiche a visita della Serenissima sono state di quasi 13 milioni. Seconda in classifica, distante Roma che ne contava quasi 31 milioni.
C’è un’enorme differenza però tra Roma e Venezia. La Capitale ha una superficie stimata di 1287,36 km² contro i 415,9 km² del gioiello veneto. Certo i luoghi d’interesse sono circoscritti in zone specifiche, tutto però rapportato alle dimensioni generali. Venezia è unica, non c’è un altro spazio così ristretto e così denso di bellezza al mondo ed è giusto che sia trattata in modo anomalo.
Perciò il punto è: ha senso?
La preservazione di un’opera d’arte a cielo aperto com’è Venezia deve essere considerata. E, ancor di più, la qualità dell’esperienza garantita a chi ne fruisce.
Venezia diventa a numero chiuso per una ragione.
Inoltre da sottolineare il distinguo e l’operazione commerciale. Saranno esentati dal conteggio residenti, studenti o chi avrà motivi certificati per entrare.
Chi prenota una struttura ricettiva, forte della tassa di soggiorno obbligatoria, avrà diritto a prescindere. Altrimenti sarebbe stato complesso gestire il numero di posti letto in funzione di una richiesta (imposta) limitata. Costringendo qualcuno a chiudere a prescindere dalle reali possibilità di mercato. E tutti sappiamo già quanto le città d’arte e in particolare Venezia abbiano patito questi due anni.
Il numero chiuso è per i visitatori giornalieri. Loro potranno raggiungere una quota massima di 40mila.
E qui parte l’operazione dinamica. L’ingresso sarà pagato come un’attrazione vera e propria e, a quanto pare, varierà a seconda della stagionalità e della pressione della domanda. Cifre lontane dall’essere folli, si vocifera tra i 3 e i 10 euro.
Possibile certo che allontani una fetta di mercato, saranno meno contenti bar e ristoranti di sicuro. Possibile anche che distribuisca in modo più sensato l’occupazione. Perché, sempre potendoselo permettere, meglio pagare 3 euro e avere a che fare con folle contenute piuttosto che 10 e fare file infinite. Sarà dunque anche un termometro utile a comprendere il quantitativo di presenze anche al turista.
È una novità epocale. Ha senso ed è in linea con un approccio moderno al mercato.    

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