Blog

Il cinema ha un problema di prezzo.
Un’affermazione semplice, concisa e reale. Ipotetica nella maggior parte delle circostanze, concreta allo scontro con i numeri recenti.
Contestualizziamo: dal 18 al 22 Settembre l’Italia ha promesso l’iniziativa “cinema in festa”. Prezzo del biglietto 3 euro e 50 centesimi. Questo a fronte di un costo medio intorno ai 7 euro, molto più spesso vicino agli 8 e talvolta superiore nei grandi circuiti multisala.
In questi giorni, come riportano i dati Cinetel, le presenze in sala sono andate sopra il milione. Prendendo a paragone gli stessi giorni della settimana antecedente, qualcosa come il 300% in più.
In un momento, aggiungiamo, in cui gli schermi non proiettano blockbuster o film di immenso richiamo.
Oh, dimenticavamo. C’è chi non ha aderito all’iniziativa. Perché se il cinema ha un problema di prezzo, a questi signori è parso più lecito impuntarsi su una questione di principio. L’esperienza in sala si paga, non ci si abbassa a un sotterfugio così meschino per attirare la gente. E poi ci sono i costi delle bollette esorbitanti, chi la tiene in piedi la baracca?
Cari miei, il cinema ha un problema di prezzo da prima della pandemia. Da prima dell’avvento di Netflix, Prime Video, Disney Plus e compagnia bella.
L’esperienza in sala è ancora magica per le generazioni passate, quelle che hanno coltivato la propria immaginazione nel buio di quei luoghi attraversati dal profumo di popcorn e zucchero. Scontato ma necessario sottolineare la progressione tecnologica compiuta negli ultimi vent’anni. Televisori sempre più grandi e immagini sempre più nitide. Aggeggi elettronici che consentono la visione in qualsiasi formato e in qualsiasi luogo.
La sala è vecchia perché l’interpretazione della sua essenza lo è. E, purtroppo, anche le condizioni di molti cinema sono rimaste ai tempi delle calende greche.
Il problema di cinema è il prezzo perché l’esperienza non si è aggiornata.
Provate a vendere uno stereo vecchia generazione (un mangiacassette) in un negozio, oggi. E vedete chi se lo compra.
MA, c’è un grosso MA. Il cinema ha comunque un problema di prezzo. D’interpretazione strategica. Se costasse meno, la gente andrebbe. Non sempre, non per tutti i film, non per tutti gli orari. Strategia di prezzo, questa sconosciuta.
Meglio vendere un biglietto a 8 euro o 8 biglietti a 1 euro? Incrementando anche, che so, la vendita dei popcorn (8 persone hanno più probabilità di acquistarne rispetto a una) e di bevande. Anche quelli, magari e diciamo magari, commercializzati con criterio.
Ma no, il problema del cinema è che il governo non ha mai supportato l’arte. Che le bollette sono aumentate. Che la gente è sempre più ignorante.
Continuiamo così.
Leggi un altro articolo di attualità e revenue
Rimani aggiornato, segui Revenue Bros su Linkedin!
crediti immagine pixabay

Influencer per alberghi, una nuova frontiera di marketing.
Può un influencer portare benefici economici a un albergo?
Il pensiero nasce da un episodio ormai risalente a qualche tempo fa. Una stelletta di Youtube, tale Elle Darby, contattò un hotel di Dublino per passare qualche notte gratuita in cambio di visibilità e sponsorizzazioni sui suoi canali social.
Il proprietario, Paul Stenson, chiuse in modo deciso le porte del suo Charleville Lodge Hotel. Il carteggio elettrico, reso poi pubblico, è a disposizione di chi si vuole fare un’idea in merito alla condotta delle due parti.
Da addetti ai lavori, ci dobbiamo porre una domanda. Dal punto di vista commerciale può servire un’iniziativa del genere?
Forse già il fatto di rinnovare il quesito al cospetto dei nuovi potenti dello showbiz (gli influencer) denota una memoria poco longeva. Da quanti anni ospitiamo, tra le nostre mura, attori, cantati e celebrità di ogni tipo, anche solo in cambio di una foto da appendere alle pareti? Il fatto che abbiano cambiato connotati e si esprimano attraverso altri mezzi cambia di poco la sostanza: utilizzare una personalità seguita e apprezzata per dare lustro al nostro prodotto. Anzi forse oggi è più proficuo servire e riverire Chiara Ferragni, maestra nel trasformare in trend tutto ciò che tocca, piuttosto che Amadeus che di certo avrà altri obiettivi nella vita. Tanto per fare un esempio qualsiasi.
Legittimo far pagare, per l’amor del cielo. Tutto dipende. Dalla necessità, dalle politiche interne, dalla predisposizione personale.
Ma torniamo al punto principale. Può essere utile? Dipende dal soggetto, è ovvio. In linea generale sì. Ed è lo stesso principio per cui la visibilità online vale ogni centesimo di commissione che le si concede. Pochi alberghi, ristoranti, negozi hanno una fama così imponente da essere conosciuti da chiunque.
Immaginiamo che l’influencer occupi la camera per 3 notti. E che il prezzo medio sia di 150 euro a notte. Siamo a 450 euro (cifra ricordiamo arbitraria, in funzione ci si augura delle variabili del mercato e della nostra bravura a indovinarla). Tariffa che coprirà anche i costi variabili di utilizzo della stanza. La gratuità ci manda perciò in perdita, poco da discutere. Se però costui/costei ha una schiera di persone pronte a seguire ogni sua mossa nel desiderio di emularlo/a, quanto vale quell’investimento? Parliamo talvolta di mezzo milione di persone. Se solo un 1% di queste sarà interessato a venire da voi, grazie ai consigli dell’influencer, cosa c’è da discutere?
I tempi cambiano ed è corretto aprirsi a nuove alternative.
Leggi un altro articolo di Attualità
Consulta i nuovi contenuti sulla pagina Instagram!
crediti immagine Pixabay

Viaggia in aereo, viaggia come un signore.
La Compagnie, compagnia di volo francese, nasce nel 2013 e ha una particolarità: vende solo posti business. Parte da Nizza e da Parigi (Orly) per atterrare a New York (Newark). Da pochi mesi ha aggiunto la tratta da Milano (Malpensa). Orari comodi, voli diretti. Una capacità di 76 posti e tariffe a partire da 1500 euro andata e ritorno. Check-in in cinque minuti e imbarco in dieci. Wifi ultraveloce e cucina bistronomica (c’è scritto proprio così).
Sembrerebbe una pubblicità all’iniziativa, quasi una lode. Tuttavia è solo una presentazione del prodotto.
Da quasi quindici anni studiamo il mercato, lo conosciamo in buona parte e sappiamo quale sarebbe il desiderio più sfrenato degli imprenditori: puntare a un target il cui portafogli è florido e pronto a eruttare. Un cliente educato, bello, riservato, rispettoso e pronto a recensioni ricche di complimenti ed entusiasmo.
Siamo sicuri che il mondo sia pieno di profili simili. Che ci sia una larga parte della popolazione benestante. A cui è corretto proporre servizi di alto lignaggio.
Siamo tuttavia certi che proprio oggi (ma forse sempre), in un momento così delicato, sia opportuno dedicarsi a quel tipo di mercato?
C’è inoltre da sottolineare la psicologia del consumatore. Un volo canonico, pur a una tariffa forse più elevata de La Compagnie, distingue i privilegiati dai comuni mortali. Dando un senso elitario alla poltrona business (o prima classe).
Ma questo può essere marginale.
Secondo quanto si legge, La Compagnie sarebbe già in perdita, riuscendo al massimo a riempire tre quarti del volo.
Dati alla mano, in Europa (e nella nostra Italia) la compagnia che trasporta il maggior numero di passeggeri si chiama Ryanair.
Informazioni piuttosto eloquenti. Ciò è lontano dal voler affermare che è impossibile guadagnare con il lusso. Il mercato però, la sua larga parte, è in mano a gente che fa i conti per andare in vacanza. Che viaggia di più perché qualcuno ha avuto la lungimiranza di variare il prezzo in funzione della stagionalità, la distanza dalla data e l’occupazione.
E il miglior modo per incontrare il mercato è variare la tariffa, alzare quando è opportuno, mantenerla stabile quando è necessario.
Convinciamoci che è il mercato a scegliere noi, (quasi) mai viceversa.
Leggi un altro articolo di Revenue
Rimani aggiornato, segui Revenue Bros su Linkedin!
crediti immagine Pixabay

Sembra un paradosso, un atto autolesionistico, eppure l’unica via. Preghiamo che venga la crisi.
L’estate è ormai quasi al termine, quattro mesi di caldo torrido, poche piogge e bella vita. Nonostante le terrificanti notizie di rincari, l’inflazione che si insinua nelle nostre vite mentre noi continuiamo a fare buon viso a cattivo gioco, la stagione delle vacanze è andata bene. Per alcuni alla grande, per altri in modo soddisfacente. Si potrebbe dire che siamo tornati alla normalità, sebbene ormai abbia cambiato del tutto parametri e nessuno ci fa neanche più caso.
Con l’autunno alle porte, la domanda è più lecita che mai. Quanto durerà? Quanto, anche chi sta stressando il portafogli più del dovuto, inizierà a farsi dei conti più assennati nelle tasche? Provate a chiedere a chi avete intorno, siamo convinti che molti vi diranno di avere la percezione di stare spendendo più di quello che si possono permettere. Ma la vita è breve, ci siamo sentiti privati del tempo e dell’opportunità di fare ciò che amiamo. Perciò carpe diem. Tutto giusto, tutto condivisibile.
Però le bollette crescono, si triplicano. Costa tutto di più. Avete notato quanto costa adesso una bottiglia di olio di semi?
Davvero, quanto può durare? Gli stipendi rimangono immobili. Le aziende fanno fatica, è fisiologico. E quale pensate sia lo scenario più probabile: a) daranno aumenti e assumeranno altre persone, contribuendo al benessere dell’economia b) licenzieranno, falliranno, creando ancor più difficoltà economiche.
Parrebbe un cane che si morde la coda. Portando dei poveracci come noi a chiedersi chi ne beneficia davvero.
Ed ecco perché preghiamo che la crisi arrivi presto. Per ripristinare dei parametri che oggi sono fuori asse, fuori controllo. Quando la gente avrà difficoltà serie, mancherà la scelta se andare a ristorante, in vacanza o al cinema. Starà all’economia riparametrarsi per rimanere a galla.
La bolla anomala che si è creata è destinata a scomparire. E sopravvivrà chi sarà in grado di accettare le nuove condizioni. Chi penserà di poter forzare il mercato, cadrà.
Forse allora smetteremo di tentare di scalare una montagna che diventa sempre più alta e inizieremo davvero a ricostruire.
Leggi gli altri articoli di Attualità
Scopri cosa può fare per te Revenue Bros!
Consulta i nuovi contenuti sulla pagina Instagram!
crediti immagine Pixabay

Notizia recente: Domino’s pizza, celebre catena di pizzerie americana, chiude tutti i punti vendita in Italia.
In realtà non c’è stato nessun comunicato ufficiale, anzi le risposte alle domande dei consumatori sono sibilline, annunciano lavori, promettono riaperture. Eppure a Wall Street il brand perde colpi, sintomi che rilevano uno stato di salute precario.
Si susseguono i commenti, spesso derisori. C’è chi dice che vendere la pizza agli italiani è come provare a spacciare ghiaccio al polo sud. E potrebbe essere la chiave di lettura più logica. Il nostro tradizionalismo è stato spesso barriera per grandi catene e marchi famosissimi in tutto il mondo. A livello culinario, come lo facciamo noi, non lo fa nessuno. O almeno è ciò che pensiamo.
C’è chi dà la colpa alla pandemia. Anche se un servizio di consegna a domicilio avrebbe dovuto beneficiare del lockdown, in verità ha aumentato la concorrenza. Anche i ristoranti abituati a servire solo al tavolo si sono dovuti adattare alle condizioni. Ed ecco che sul mercato sono comparsi protagonisti nuovi.
Ma se dopo sette anni il colosso del Michigan batte in ritirata, o almeno così pare, a nostro avviso c’è qualcosa di più rispetto a tutto ciò che si presuppone. I fattori sopra indicati hanno giocato certo un ruolo cruciale, tuttavia potrebbe essere stato qualcos’altro a rendere difficile la vita agli yankees in terra nostrana.
Innanzitutto lo studio del prodotto. Stiamo parlando di una pizza la cui qualità è discutibile, arricchita da miscugli arditi di ingredienti che mai considereremmo abbinabili.
La colpa più grave però è che il menù italiano, rispetto a quello americano, è stato adattato a quelle che si pensano essere le nostre esigenze. Errore terrificante. Se voglio una napoletana o una margherita, è ovvio che la cerco altrove. Allora sì che vai a gareggiare con un rivale più bello, più forte e più allenato.
Inoltre, e questo forse fa ancor di più la differenza, il servizio di Domino’s pizza ha mostrato più di qualche pecca. Su una piazza come Roma, in teoria florida per quantità di turisti, residenti stranieri e mentalità internazionale, il territorio è stato coperto male e in molte zone era impossibile provare questa novità.
Due componenti che hanno decretato il fallimento, almeno momentaneo.
Siamo sicuri che se ne faranno una ragione. Coprono paesi in tutti e cinque i continenti, hanno le spalle robuste.
Visita il blog Revenue Bros per leggere altri interessanti articoli!
| L | M | M | G | V | S | D |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | |
| 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 |
| 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 |
| 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 |
| 28 | 29 | 30 | ||||
