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Il bagarinaggio online di Viagogo - Revenue Bros consulenza alberghiera


Bagarinaggio online, Viagogo multata da Agcom per una cifra superiore ai 12 milioni di euro. Motivazione la rimessa in vendita di un biglietto in prima fila per un concerto dei Maneskin, al prezzo di 1.182.999 euro.
Pensate anche voi che in questa notizia ci sia il concentrato di tutto ciò che viene gestito male da chi si occupa del commerciale di questo tipo di eventi?
Per chi fosse all’oscuro dell’esistenza di Viagogo (e fratelli), è un’azienda statunitense con sede in Svizzera che si occupa di rivendita dei biglietti. Insomma si acquista un biglietto dalle fonti ufficiali e poi lo si rivende. Bagarinaggio, ecco fatto.
Tante volte ci siamo chiesti come sia possibile che sia legale. Eppure se Viagogo è lì, qualcuno lo ha autorizzato. E ce ne sarebbero da dire di sporche sul loro conto, anche soltanto per le fregature che tirano. Biglietti falsi, assoluta mancanza di assistenza. Ma va bene. Chi li conosce, li evita. Anche se, chi più chi meno, ci siamo cascati tutti.
I problemi sono due, macroscopici, entrambi di sistema. Il primo è un’ombra molto scura che si allarga sull’organizzazione di distribuzione dei biglietti di questi eventi. Tante volte ci si mette in fila virtuale e in pochi istanti la disponibilità è esaurita. Per quanto elevatissima possa essere la richiesta, il dubbio che ci sia qualcosa sotto c’è. Perché Ticketone, tanto per citarne uno, consente un massimo di 4 acquisti per operazione. Quanti di noi hanno ipotizzato che ci sia un giro sottobanco che porti al possesso di questi preziosi accessi dei loschi figuri che sanno come gonfiarne il valore?
Ed è proprio a questa domanda che guarda il secondo problema. La vendita di un concerto è sbagliata come concezione in partenza. A prescindere dal momento della richiesta e della pressione della domanda, le fasce di prezzo sono suddivise per settore e basta. Rimangono fisse su una tariffa e così muoiono. Il bagarinaggio, quello di Viagogo, esplora il mercato ed esalta l’analisi commerciale. Dimostrando che il consumatore è disposto a spendere cifre enormi per partecipare all’esibizione del proprio idolo.
Chiamasi libero mercato, signori. Se avete un biglietto e dovete sbarazzarvene, Viagogo vi accompagna alla gestione della rivendita. A seconda del prezzo che volete attribuirgli, a vostra discrezione, Viagogo vi mostra quant’è la percentuale che si cucca lui. Il resto lo fa la necessità d’acquisto.
Esisterebbe Viagogo (e fratelli) se i circuiti di vendita degli eventi applicassero tariffe variabili?
Esisterebbe se la si piantasse di dare in esclusiva i diritti a un solo rivenditore?
La stangata a Viagogo è arrivata per l’esorbitante milione di euro richiesto per i Maneskin. Ma la protezione che è doverosa verso il consumatore riguarda la trasparenza e l’affidabilità della vendita, i conti in tasca se li fa chi acquista.
La domanda vera è: avrebbe venduto il biglietto a un milione di euro?

2023: Cosa attenderci tra caos passaporti, Awards e Slow Tourism. Leggi l’articolo

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Meta vs SIAE, sindacalismo o speculazione - Revenue Bros consulenza alberghiera

Meta vs SIAE, la battaglia di questi giorni. Per fortuna priva di violenza ma economicamente assai sanguinosa. Almeno per una parte in causa.
Meta vs SIAE, dunque, sindacalismo o speculazione?
Breve riassunto per chi se lo fosse perso. È saltato il rinnovo della licenza sui diritti d’autore, perciò Meta ha estromesso il catalogo degli iscritti alla SIAE dai suoi social.
Più o meno, perché poi questo vale per le storie (laddove l’utente attinge a una lista controllata), sui video invece è più complesso andare a mettere il naso. E, paradosso, anche chi ha scelto di non iscriversi alla SIAE è fuori. Perché l’Italia è diventata di tutta l’erba un fascio.
Meta, rifiutandosi di condividere in trasparenza dati sensibili sui ricavi, offre un forfettario. La SIAE, priva di un parametro preciso, sceglie di rifiutare un’offerta priva di termini di paragone.
Tuttavia è bene concentrarsi sulla domanda base.
Cui prodest?
Meta è in una fase di regressione, i numeri tagli al personale recenti ne sono una prova.
Ma la SIAE? È sindacalismo? O speculazione, di chi guadagna in funzione di ciò che creano gli altri?
Evitiamo giudizi morali o deontologici e concentriamoci sul mercato.
Il mondo è vasto e la presunzione di poter prendere per la collottola chi contribuisce a farlo girare, per quanto in modo opinabile, è controproducente. Per tutti, in primis per chi guadagna sulla musica. I grandi nomi, i grandi ricchi, possono passare indenni questo refolo di vento. Gli sconosciuti, gli emergenti, chi lotta per un riconoscimento del popolo, sono loro i più penalizzati.
Internet, come in ogni campo dell’economia, ha spinto la visibilità fino a estremi mai pensati. In modo volontario, per la caparbietà di chi è riuscito a farsi strada grazie alle propria bravura nel sovraesporsi, nel sapersi vendere. E in modo involontario, per la casualità di chi si è reso virale con un video assurdo, scegliendo d’accompagnarsi con una traccia musicale che ha poi ottenuto successo. O è stata riesumata dal dimenticatoio.
Il commerciale occulto dei social, quello che è complicato tracciare e prevedere, è persino più potente delle strategie commerciali. E lascia al singolo una libertà clamorosa, che va ben oltre gli accordi economici fissati su freddi numeri, spesso analizzati in modo approssimativo.
Meta va avanti, l’Italia musicale un po’ meno.
Forse è sindacalismo mascherato da speculazione.
Forse, come spesso accade, è valutazione irresponsabile della materia.

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La prenotazione al ristorante - Revenue bros consulenza alberghiera

La Prenotazione al ristorante.
Detta così, sembra semplice. Una sera voglio recarmi a cena da qualche parte, per essere previdente scelgo di chiamare e di riservare un tavolo. Lineare.
Eppure alle volte è impossibile. Ci sono dei ristoranti che si rifiutano di accettare prenotazioni.
È un meccanismo interessante, che pone dubbi che solo un’analisi interna eseguita con meticolosità può dare. Eppure, quella che parrebbe una misura strategica anti commerciale, può essere una carta vincente.
Partiamo dal presupposto che alla base della scelta di prenotazione esistono due premure: voglio andare in quello specifico ristorante e ho paura che sia tutto pieno. Chi risponde alla mia telefonata decreterà il mio destino. Mi accaparro il posto oppure devo passare a un piano B.
Quanto è spiazzante quando rispondono, vieni e vedi se c’è posto?
I fattori per cui potrebbe essere economicamente conveniente accettare solo il passaggio (dal punto di vista imprenditoriale), sono svariati. Brand reputation, in primis. La fama del locale è così alta che si è disposti ad attendere. In città turistiche la questione è amplificata. Pur di soddisfare quell’obiettivo culinario, c’è chi accetta la sfida. Perché l’occasione difficilmente si ripresenterà. Oltre a questo ci deve essere un’efficienza strepitosa dello staff. Tra cucina e servizio, tutto deve essere impeccabile. Scarsa attesa e prontezza nel liberare con garbo il tavolo. Infine, il terzo elemento determinante, il tipo di cibo. Fateci caso, questo modus operandi è spesso proprio delle pizzerie. Ti siedi, ordini, mangi e vai. Anche la location sarebbe da considerare. Nel mezzo di un centro storico, dopo cena si abbina alla perfezione una passeggiata. E la voglia di alzarsi da tavola va di conseguenza. Liberando nuovi posti.
Ecco, se questo genere di ristoranti accettasse prenotazioni, è probabile che prenderebbe molti meno coperti. Vista la grande richiesta, si troverebbe a dover rimbalzare molti clienti. In questo modo invece, mettendosi in fila, c’è spazio per tutti.
L’altra faccia della medaglia è però rappresentata dal quantitativo di clienti che, senza prenotazione, cambia meta. E questo riduce in modo indeterminato la fetta di mercato. Chissà se costoro si prendono la briga di segnare eventuali rifiuti per occupazione, prima di applicare determinate misure.
Vedete come tutto ruota attorno all’analisi del mercato, nelle sue mille sfaccettature? Da queste informazioni, all’interno di una settimana o della stessa giornata, si evincono sostanziali differenze di flusso di clienti. E l’opportunità di tarare il prezzo del cibo in funzione di ciò.
Fantascienza, ancora. In futuro chissà.

A proposito di prenotazioni al ristorante, ora è possibile anche con Uber Travel, leggi il nostro articolo

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Prevendita e buon senso - revenue bros consulenza alberghiera

Prevendita e buon senso.
Tra le fitte maglie della vendita, soprattutto quella online, si insinua dubbiosa una pratica di uso comune. La prevendita, laddove al costo unitario di un elemento si aggiunge un sovrappiù, quello utile a garantirsi il vantaggio di agire in anticipo.
Attenzione, la prevendita è lontana parente della caparra. Sebbene entrambe si arroghino il diritto di pretendere una quota anticipata del totale. La caparra però o viene restituita oppure inglobata dalla spesa complessiva. E, in alcuni frangenti, è persino legittima.
Nel mondo alberghiero, lungimirante sotto tanti aspetti, la prevendita è un concetto neanche preso in considerazione, giustamente.
Un settore, quello dello spettacolo, ne fa errato uso. Dalla vendita di un biglietto concertistico, a quello di un evento sportivo, per finire all’agonizzante cinema.
Per i primi due esempi, per altro, è una tassa da accettare come fosse una dittatura. Sono scomparsi i rivenditori diretti. Anche quelli fisici sono intermediari che, nella migliore delle ipotesi, vendono a prezzo online. Altrimenti operano un piccolo ricarico per i loro servigi. Strozzinaggio allo stato puro. La mancanza di alternative è sconcertante.
Veniamo dunque al cinema. Il grande vecchio colosso dell’intrattenimento, industria multimiliardaria che fatica a evolversi, aggrappata ai romantici, generazioni che anagraficamente finiranno per sparire.
Avete mai provato ad acquistare online un biglietto per una proiezione? Al costo della poltrona va aggiunta una somma sulla prevendita. Spesso anche cospicua in rapporto al prezzo unitario.
Quanto è anticommerciale? Sorvoliamo sull’analisi del costo attuale del cinema, in contrapposizione con le miriadi di alternative che lo stanno soppiantando e, peggio, al costo generale della vita. L’esercente sta dicendo al consumatore che, per garantirsi in anticipo la visione del film, deve pagare in più. Ricacciando sulla poltrona quel temerario, o costringendolo a spingersi fino al botteghino, dove pagherà meno, nella speranza che rimanga spazio per lui.
Quest’ultima fa ridere. Ormai, salvo rare eccezioni, i cinema sono semi-vuoti.
Tuttavia l’operazione è autodistruttiva. Fare muro nella prima fase di acquisto, quella online, nell’auspicio che si materializzi comunque quella successiva.
Tutto affidandosi a un software proprio, un booking engine, a commissione zero. Per il puro, folle intento di ricavare qualche spicciolo in più.
È tanto assurdo da far perdere le staffe.
La prevendita è agli antipodi del mercato, basterebbe un po’ di buon senso per capirlo.

In questo articolo parliamo di commissioni

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Colazione All-You-Can-Eat - Revenue Bros consulenza alberghiera

Colazione All-You-Can-Eat.
Ci avete mai pensato, albergatori? Chiunque offra un ricco buffet, incluso o meno nel prezzo, applica quella che è una pratica sempre più d’uso comune nella ristorazione. Importata da noi dagli asiatici e poi mutuata da altre cucine.
Proprio qualche giorno fa è capitato di assistere alla seguente scena. Una famiglia composta da due genitori e due figli sotto i dieci anni. Tavola imbandita, piatti pieni. Dopo una mezzora di permanenza, la famiglia si alza. Lasciando una fetta di ciambellone e un cornetto, intonsi, pronti per essere cestinati.
Quanto spesso vi capita?
Sulla colazione in albergo ci sarebbero pagine da scrivere. Quanto mi costa la colazione, quanto di questo food cost considero nello scorporo del prezzo di vendita della camera, quanto in media un cliente consuma. Che tipo di struttura ho. Il business e il leisure hanno due atteggiamenti diversi al cospetto del primo pasto della giornata. Prendiamo per buono che abbiate risposto a questi dubbi, concentrandovi su una valida strategia commerciale.

Colazione All-You-Can-Eat, appunto. Uno dei tanti tormenti dell’imprenditore, spesso vicino alla questione di principio ancor prima che al reale impatto economico di una scelta del genere. Si nota il cliente che spazzola in pochi minuti una quantità di cornetti disumana, mai l’uomo in giacca e cravatta che beve un caffè e scappa via. Dimenticando come la colazione sia un fondamentale aiuto per la nostra brand reputation, quindi uno degli elementi che più impattano sul gradimento dei nostri ospiti.
Tutto questo per dire che la colazione, specie quella inclusa in una tariffa ben studiata, è uno splendido gioiello da mettere in mostra.
E torniamo agli sprechi. È legittimo accettare che qualcuno si ingozzi, se è ciò che gli offrite. Lo è meno permettere che sprechi cibo, in un momento in cui la sensibilità in materia è più alta che mai.
E torniamo ai nostri amici orientali. Potete ordinare tutto ciò che desiderate, fino a scoppiare. Se però lasciate qualcosa nel piatto, lo pagate ed è vietato portarlo via. Una somma simbolica, anche un paio di euro basterebbe per lavorare sulla psicologia di chi ne abusa.
Perché un albergo dovrebbe aver paura di imporre una semplice regola di civiltà e buona creanza?
Si faticherebbe, all’inizio. Sarebbe un rischio, all’inizio.
La strada verso il miglioramento sociale passa attraverso questo rischio.
Colazione All-You-Can-Eat a beneficio del consumatore, certo, ma anche a protezione dell’imprenditore. E contro gli sprechi.

Altri suggerimenti nell’articolo L’arte del Grazie

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