
L’arte del grazie. Sembra una parola banale, superficiale. Racchiude un mondo di rapporti e di percezione degli stessi.
– Buongiorno. –
– Buongiorno a lei, tutto bene? Com’è andata? –
– Tutto perfetto, ci siamo trovati molto bene. –
– Meraviglioso, il conto è saldato. Le auguro buona giornata. –
– Ottimo, anche a lei. Grazie. –
– PREGO. –
Agghiacciante, no? Messa nero su bianco, fa accapponare la pelle o è solo una sensazione? Come pensate che una mente senziente possa uscire da questa conversazione?
Facciamo pura semantica qui, è chiaro. Eppure dietro a questo c’è un mondo da comprendere. Soprattutto se si è commercianti, soprattutto se lo scopo finale è conquistare il gradimento del cliente e, grazie a questo, il mercato.
L’arte del grazie è dimenticata e, per quanto possa sembrare pleonastico, è in essa racchiusa l’interpretazione dei rapporti interpersonali.
Ci abbiamo speso minuti, forse più, durante le nostre lezioni di formazione. Perché è chiaro come il manierismo dell’accoglienza, troppo sovente robotica, si perda dietro una costruzione forzata di un sentimento che dovrebbe nascere spontaneo.
L’arte del grazie, certo. L’arte del grazie a lei. Altroché.
Abolirei la parola “prego” da qualsiasi vocabolario. Anche dovessi fare un’enorme piacere a un tuo nemico, alla base ci dev’essere un interesse, un piacere, un tornaconto personale. Qualcosa che metta sullo stesso piano lo scambio.
Al cliente che favore abbiamo fatto di preciso? È stato un equo baratto, nell’auspicio che entrambe le parti siano uscite soddisfatte dall’esperienza.
Grazie affonda le sue radici lessicali nella gratitudine.
Grazie per averci scelto, per essere stato nostro ospite, per aver speso i sudati guadagni proprio da noi. Grazie per aver impiegato il bene più prezioso, il tempo, assieme a noi.
Forse allora è qualcosa in più di pura semantica.
L’arte del grazie. Ma del grazie a te, a lei, a voi.
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