Buone Feste 2021-2022

Tanti Auguri dai Revenue Bros!👯♂️💫🍾🎁🥳
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cosa sta accadendo

Il freddo è arrivato prepotente su tutta la penisola, ma il ghiaccio esterno che ci accompagna si va a unire alle spiacevoli sensazioni del Covid. Ci apprestiamo ad affrontare il terzo inverno di pandemia, inaudito, impensabile. Questo mese di Dicembre è già condizionato dai timori di ciò che abbiamo intorno e con cui non abbiamo imparato a convivere. Non sappiamo quali restrizioni ci aspettino a Natale, augurandoci più che mai che non ci impediscano di passarlo sereni.
A prescindere dallo scenario commerciale che ci si pone davanti, nelle varie denominazioni di location e tipologia di struttura, che sia montagna, città o campagna, è fisiologico tornare a farsi assalire dai vecchi timori.
Come faccio a non perdere prenotazioni?
Questa domanda desta ancor più preoccupazioni dell’altra faccia della medaglia, ovvero come guadagnarne di nuove. Come se tutto dipendesse non tanto dalla strada che siamo in grado di costruirci davanti quanto dal fare manutenzione su ciò che è stato già edificato, a prescindere dalla qualità e dal valore.
Il momento è buono per ricordare alcuni concetti, una canzone sempre intonata, ancor di più negli ultimi due anni. Fin quando si potrà viaggiare, la gente lo farà. Perciò nostro compito è lavorare al meglio per garantire quel ponte di connessione tra le necessità di chi vende e chi acquista. Se il mercato non c’è, nessun miracolo creerà domanda.
Prenotano di meno, si muovono di meno perché non sono o non si sentono nelle condizioni di farlo. A meno che non debelliate il Covid, quest’informazione va solo processata. E lavorata con la logica.
In questo momento più che mai siate flessibili. Pensare che una non rimborsabilità vi garantirà maggior sicurezza sul previsionale e più soldi in tasca è una distorsione della realtà. Estromette tutti quei cuori speranzosi e coraggiosi che vorrebbero visitare il mondo ma che hanno imparato, ancor più in questo biennio, che i piani possono mutare e non a causa della loro stessa volontà.
I soldi sono sempre stati importanti, oggi se ne ha una percezione diversa perché tremano le certezze e la prevedibilità di ciò che verrà.
Fate pace con le vostre paure, per quanto grandi e giustificate siano. Con le giuste accortezze, sappiate che siete ancora in possesso del mercato, in proporzione alla dimensione a cui avete accesso.
Anche e soprattutto da questo dipende il risultato.
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La pandemia non è ancora scongiurata. Subentra il Super Greenpass e il turismo torna a vacillare, regge ma non crolla, alle porte di Natale e Capodanno.
Le città d’arte continuano a soffrire. Roma, in particolare, la capitale europea più ambita e trattata peggio.
Dalla grande crisi economica, in gran parte derivante dall’assenza del turismo, ci sono però dei cenni di vita. Il momento tragico della capitale può essere un’occasione per molti (privati), cogliendo l’attimo e progettando la ripartenza.
È fissata per l’estate del 2022 l’apertura del Nobu Hotel and Restaurant, sarebbe la prima apertura in Italia. Lo chef Nobu Matsuihisa (alle spalle anche gli investimenti di tale Robert De Niro) ha già una cinquantina di ristoranti sparsi per il globo.
Stando alle voci recenti, Flavio Briatore starebbe puntando su Roma per aprire le sedi di due suoi marchi importantissimi: Twiga e Crazy Pizza.
Nello specifico, sia il Twiga che il Nobu Hotel, dovrebbero piazzarsi a via Veneto. Rinfrescando la Dolce Vita, ridando lustro e centralità a uno dei cuori romantici dell’urbe. E, sempre a proposito di cinema, anche Cinecittà potrebbe essere rimessa a nuovo.
E poi il Giubileo 2025 (non tanto per il turismo quanto per l’oltre miliardo di fondi destinati a opere e interventi), la Ryder cup di golf del 2023 e, teniamo le dita incrociate, l’Expo del 2030. Proprio il punto da cui ha scalato la marcia Milano.
Se avessimo due soldi in tasca, oggi investiremmo su un albergo a Roma. Consci di quanto sarebbe difficile ma convinti che lavorando con criterio tutti vorranno tornare a visitarla.
Non può essere altrimenti.
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Come ogni anno, arriva il Black Friday. Un’altra tradizione mutuata dalla cultura statunitense. Nulla da ridire, se c’è una buona idea, perché non prendere spunto.
Ma è davvero buona?
Negli Stati Uniti va avanti dal 1952, cade il venerdì successivo alla festa del Ringraziamento (quella ancora non l’abbiamo copiata). Strategia commerciale che permette(va) alle grandi catene commerciali di pompare le proprie vendite grazie a offerte irrinunciabili, irripetibili. Svuotare magari un po’ di magazzino e lavorare alla grande sul marketing.
Orde di persone all’apertura dei negozi fanno a pugni, letteralmente, pur di accaparrarsi per primi l’oggetto del desiderio.
Ecco, questo sarebbe. Una parentesi limitata, eccezionale, in cui stravolgere i paradigmi del prezzo e attrarre il mercato. A suo modo, ha senso.
Venerdì 26 Novembre 2021 sarà il Black Friday e, ditemi voi, da quanto tempo viene pubblicizzato? Da un giorno diventa un mese, lo fanno tutti, senza apparente criterio. Per poi andare ad applicare le stesse scoutistiche che ritroveremo durante i saldi, il Natale, la Pasqua, l’estate, il solstizio d’inverno, il compleanno del portinaio del vostro stabile.
Oggi, che sia nelle vetrine dei negozi o sulle pagine del web, l’iniziativa ha perso la sua eccezionalità.
Gli sconti perpetrati senza soluzioni di continuità sono null’altro che un tentativo di farci cascare nella trappola. O, ancor peggio, una resa di fronte alla realtà di non saper individuare il prezzo giusto di vendita.
Una buona strategia non necessiterebbe mai di una scontistica.

Il monopolio è l’antitesi del mercato libero, è una dittatura commerciale. Un luogo sicuro da cui poter fare il bello e il cattivo tempo. Il pallone è mio e decido io chi partecipa. Chi vuole giocare lo fa alle regole che detta il padrone, altrimenti gira i tacchi e va altrove.
Ma ha senso questo ragionamento? Non dovrebbe. Quando si parla di vendita, quale che sia il prodotto che si commercializza, l’umore e (soprattutto) il portafogli del consumatore devono essere elementi determinanti da poggiare con delicatezza sul piatto decisionale della bilancia.
Notizia nota e recente. DAZN stava per impedire la condivisione del proprio account personale, pensato per un massimo di due persone in contemporanea. Due, non duecento. Alla base di quest’iniziativa scriteriata la presunta lotta alla pirateria. Mezze verità dette nella speranza di convincere gli scemi. Sconfessando ciò che da anni porta avanti il successo di altre piattaforme di streaming; diversi contenuti ma patrimonio ben più consistente, non a caso.
Certo, esiste il libero arbitrio. Si può decidere di non abbonarsi, di ribellarsi. È evidente che a pensarla così sia chi non ama il calcio, chi non ne capisce fascino e implicazioni. Non rendendosi conto di che droga sia, di che potere politico ed economico rappresenti.
A un tifoso puoi togliere tutto, può imporsi molte rinunce ma è impossibile che escluda dalla sua vita la squadra del cuore.
Se fossimo in un mercato di libera concorrenza, in cui l’utente può scegliere a chi rivolgersi in funzione di variabili tra cui primeggia il rapporto qualità/prezzo, DAZN potrebbe fare ciò che ritiene. Subendone le conseguenze in termini economici. Nelle attuali condizioni però questa mossa somiglia al Principe Giovanni del classico d’animazione Disney “Robin Hood”. Tasse, tasse, tasse. E il popolo, pur di mangiare calcio, finisce senza il becco di un quattrino.
Per il momento non se n’è fatto niente. Il campionato è iniziato da poco più di tre mesi, i diritti in esclusiva sono stati presi da circa cinque. Sarebbe stata una mossa scorretta a dir poco. Se aggiungiamo poi i numerosi problemi di servizio; segnale che salta, qualità dell’immagine balbettante e differita costante.
Ma di sicuro per la prossima stagione la svolta avverrà e chi vorrà pagherà il doppio. Alternative non ce ne sono.
Non c’è niente di peggio che il monopolio per il libero mercato.
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Quarta ondata, nuovo picco dei contagi, zone gialle, restrizioni, terza dose. Basta, basta, basta.
Il sentimento comune oggi è una reazione disperata, quasi isterica, a quelle che sono le notizie che ci giungono dai media. Non ne possiamo più. E questo c’entra poco con i propri principi culturali o le teorie complottiste. Va oltre ciò in cui intimamente crediamo e ciò che ci spaventa. Si tocca la nostra umanità, il nostro bisogno egoista di libertà. E la nostra incapacità di guardare al di là del nostro naso.
Oggi abbiamo delle giustificazioni se facciamo i capricci. Pochi mesi ci separano dal secondo anniversario di questa maledetta pandemia. Un incubo che nessuno di noi avrebbe creduto possibile. Da cui sembra impossibile uscire. Se a Febbraio 2020 qualcuno mi avesse detto che avremmo festeggiato l’ingresso nel 2022 ancora con le mascherine lo avrei preso per pazzo. E invece siamo ancora terrorizzati all’idea che un po’ di mal di gola o un raffreddore siano in realtà sintomi di questo dannato virus. Considerandoci fortunati se non finiamo in terapia intensiva a lottare per la vita con un respiratore artificiale.
Facciamo quindi un bel respiro, una pratica di training autogeno sempre efficace, e portiamo la lancetta dell’orologio a trecentosessantacinque giorni fa.
Eravamo da poco finiti nella seconda era del lockdown, si sarebbe protratta fino a Maggio e sarebbe stato orribile. Inutile ritornare nei dettagli, sappiamo tutti cosa è stato.
Oggi il panorama, per quanto desolante, lascia intravedere un orizzonte. L’economia è ripartita, seppur con una zoppia abbastanza rimarcata. Il turismo è ripartito. L’Europa va, gli Stati Uniti stanno riaprendo così come buona parte dell’Asia. Stiamo pensando a capodanno e alle nostre settimane bianche.
I luoghi di cultura sono tornati al 100% di capienza possibile, gli stadi al 75%, i treni all’80%. Gli aerei volano verso qualsiasi meta. I ristoranti hanno fatto tesoro del loro periodo di consegne a domicilio e hanno ampliato la proposta con molti tavolini all’aperto.
Non siamo tornati indietro, non ci torneremo. L’economia non se lo può permettere.
Non siamo ancora fuori, questo no. Ma è il momento buono per tapparsi le orecchie, rimboccarsi le maniche e pensare a come fare bene il nostro mestiere.

Notizia nota e dolorosa, salutiamo per sempre Alitalia. La nostra compagnia di bandiera, una delle tante nostre eccellenze. O almeno lo fu, un tempo. Purtroppo si arriva a questo punto per demeriti, non certo per eventi sciagurati. Esperti più quotati di noi hanno analizzato il perché del fallimento. Da fruitori possiamo solo notare quel che c’è sulla superficie, un tappeto polveroso pregno di ingenuità che, in tutta onestà, accomunano questa vicenda a diverse altre.
Peccato però proprio adesso, in un momento storico in cui anche le compagnie aeree sembrano poter entrare in una nuova era commerciale. Dove la vendita si fa più flessibile e il cliente è più invogliato alla prenotazione. Proprio adesso che si torna a viaggiare e tutti ne abbiamo una gran voglia.
Sarà in grado Ita Airlines di raccogliere le ceneri di Alitalia e non perseverare nei suoi errori?
Auguriamo a questa nuova compagnia tariffe sempre più variabili, coscienza nell’analisi tra costi e ricavi, valutazione sensata di upselling, cross selling e upgrade.
Gli auguriamo di trattare il passeggero come un vero e proprio ospite e di offrigli una delle esperienze più incredibili che l’essere umano moderno possa permettersi di vivere.
Volare.
Auguriamo a Ita di collegare con perizia noi al resto del mondo.
Che possano essere loro il nostro varco spazio temporale verso un futuro turistico più florido.
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Siamo all’ultima curva, 17 e 18 Ottobre si vota al ballottaggio, Roma vedrà un nuovo sindaco. Si può usare senza timore di offendere nessuno il sostantivo al maschile, i due candidati rimanenti sono uomini.
La sindaca Virginia Raggi cede il passo.
Non è intenzione né interesse promuovere idee politiche in questa sede, meno che mai in un momento storico in cui le ideologie sono sempre più evanescenti e i programmi si assomigliano terribilmente. Epoca in cui quei pochi che votano lo fanno sulla scia di un retaggio raccolto da chi nella politica ci ha creduto davvero.
Oggi ciò che importa è che Roma abbia le spalle forti per tirarsi fuori da un dirupo su cui a stento si tiene in equilibrio, salvata dalla magnificenza di ciò che fu. L’abisso in cui sta cadendo però è sempre più vicino e pochi sembrano preoccuparsene.
Roma è il nostro simbolo più scintillante, la pagina più letta in un libro di storia, una delle ambizioni più grandi del turista di ogni angolo del mondo. A ricordarlo però ci pensa molto più chi la sfiora o chi la vorrebbe toccare piuttosto che chi la conosce, ci vive e la organizza.
Ci auguriamo che chiunque la guidi dia un contributo significativo al rilancio. Che capisca che modernità e patrimonio storico-culturale non sono in contrasto. Che il turista è una risorsa da salvaguardare, coccolare, il giudice di un concorso in cui è necessario farsi onore e primeggiare.
Qualcuno che metta Roma al passo con le altre capitali europee. Che guardi a Milano, unica vera città europea italiana, come esempio e non con invidia.
Il processo è lungo e faticoso, nessuno pretende la bacchetta magica. Bastano dei segnali, anche infinitesimali, delle migliorie che possano dare speranza per ciò che verrà.
Perché in fondo noi romani siamo più cuore che testa, ci accontentiamo delle buche e della mondezza pur di salire mezza volta sul Pincio e guardare la maestosità di ciò a cui immeritatamente apparteniamo.
In bocca alla Lupa al prossimo sindaco, chiunque sarà.
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Novembre 2021, momento a suo modo storico. Dopo oltre un anno e mezzo di embargo, riaprono le frontiere turistiche negli States. I profondi cambiamenti che ha portato la pandemia, tra le altre questioni, faranno sì che ad accogliere i viaggiatori di tutto il mondo ci sia un nuovo presidente: Joe Biden.
Politica, economia e turismo sono affari correlati, tuttavia in questa sede ci interessa più provare a prevedere ciò che accadrà con un polo d’attrazione così attreante di nuovo a disposizione del mercato.
Le dinamiche di questi quasi due anni si sono svolte come azione/reazione a ciò che stava avvenendo. Non potendo uscire dai confini nazionali, si è riscoperta la gioia di godere del proprio territorio e ciò ha spesso sopperito all’assenza di linfa estera. Ci sono numerose fasi da analizzare, intricate trame intessute tra lockdown e restrizioni varie; dal punto di vista dello studio è stata una parentesi storica complessa ma a suo modo affascinante.
Ma la domanda è: dobbiamo essere preoccupati che il nostro giocattolo, che ha con fatica ripreso a funzionare, si inceppi di nuovo?
Gli Stati Uniti, fino al 2019, erano in costante aumento di presenze esterne. Circa 1 milione di italiani, ogni anno, facevano visita al vecchio zio Sam.
Terrore.
1 milione in meno che gironzola per i nostri borghi e le nostre opere d’arte.
Ci è stato insegnato che la matematica non è un’opinione, si sono dimenticati di dirci che i numeri hanno numerose chiavi di lettura. E che ogni medaglia ha due lati. In questo caso, i circa 11 milioni di yankees che venivano a consegnare una cifra intorno ai 5 miliardi di euro alle nostre casse (private e statali).
E, ci potete scommettere, torneranno.
Si corre il rischio di attaccarsi, per pigrizia o paura, a quelle che stanno diventando nuove abitudini comportamentali. Il ritorno alla normalità però continua a essere auspicabile, oltre che inevitabile.
Riapriranno tutti, avremo di nuovo accesso al mondo e lui a noi.
C’è da esserne felici.
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Turismo enogastronomico. Viaggiare e mangiare. Esiste binomio più necessario e vincente?
Devono averlo capito gli autori di Dinner Club, ultima produzione del colosso Prime Video (Amazon).
A guida spirituale e operativa di un gruppo di noti attori italiani Carlo Cracco. Sei puntate in cui il burbero chef stellato traghetta i suoi occasionali discepoli in giro per l’Italia, tra luoghi noti e meno, alla scoperta di tradizioni culinarie e abitudini locali.
Ciò che ha di buono questo programma è puramente sinestetico. Dopo quasi due anni di pandemia, ricorda l’essenza più pura del viaggio. Ben oltre la curiosità di mettere piede in un posto solo perché ci sono già stati tutti e quindi va fatto, neanche fosse una tacca sulla cintura da sfoggiare durante le cene con gli amici. L’Undertourism come stile di vita, come impulso di chi va solo perché ce n’è l’opportunità. Puntare il dito sulla cartina e volare. Cosa si va a vedere non lo si studia su una mappa di Google a chilometri di distanza, non lo si legge su guide redatte da esperti che ci sottopongono null’altro che il proprio giudizio/gusto personale.
La chiave è la scoperta e solo i più coraggiosi saranno in grado di raggiungere la fonte del sapere. Girando le strade di città sconosciute, imboccando vicoli ignoti e per questo affascinanti, assaporando ciò che ogni giorno gli indigeni mettono in tavola, chiacchierando e facendosi trasportare da chi vive quella quotidianità che ci apparterrà solo per qualche fugace istante.
Dinner club ricorda questo, a prescindere da qualche spontanea risata che riesce a strappare, sempre preziosa.
Visitare un luogo e VIAGGIARE sono due concetti completamente differenti.
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