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Voi come la preferite la pizza?

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Ma voi come la preferite la pizza?
Difficile astenersi dal commentare quanto successo nell’ultima settimana. Per chi se lo fosse perso, Flavio Briatore vende pizze con il patanegra (prosciutto pregiatissimo spagnolo) a 60 euro. Scandalo, vergogna. Un susseguirsi di dibattiti infiniti, chiunque mette bocca. Da Gino Sorbillo, maestro pizzaiolo napoletano, che viene applaudito dal popolo perché lui giammai metterebbe ingredienti raffinati su un alimento popolare. Perché la pizza è della gente, dalle strade alle campagne, dalle bettole alle regge (o forse quelle no). Ci hanno tirato su pure una puntata di Porta a Porta, pensa tu.
Si passa poi agli insulti territoriali, la vera pizza non è di Napoli ma di Salerno. Addirittura Aurelio De Laurentiis si sbilancia e ammette che l’impasto alla napoletana non è di suo gradimento. Un po’ come Francesco Totti che confessò di amare poco la carbonara.
Veniamo a considerazioni serie perché riguardano tutto il mondo dell’economia.
Partiamo dalla dichiarazione più controversa.
Briatore, imprenditore di successo, polemizza affermando che la sostenibilità di una pizzeria sarebbe nulla se facesse pagare il prodotto pochi euro. Può esserci del vero, vista la scelta delle location e gli affitti mostruosi che dovrà pagare. Il variabile di una pizza sono gli ingredienti e quello ricade sull’impronta qualitativa e sul target che si vuole raggiungere. Ma, dovessimo trovare un punto su cui discutere riguardo alla strategia di Briatore, sarebbe proprio quello dei costi.
Ma lui è un vecchio marpione, sa che più fa confusione, più se ne parla e più gente ci va. Sono i principi base del marketing. Visibilità.
Passiamo poi al prezzo, la madre di tutti gli scandali. Se scorgete un po’ il menu, facilmente consultabile su internet, troverete anche pizze più abbordabili. A via Veneto in Roma, quella al pomodoro costa 13 euro.
Carlo Cracco, celebrity chef stellata, vende la margherita a 22 euro. E lui sapete che vi dice? Questa è la mia pizza, la faccio io e il prezzo lo scelgo io.
In sostanza, volete venire ad assaggiarla? Pagate!
Oh! Eccoci al cuore di tutto. Il libero mercato è fatto di scelte. Nessuno punta alla tempia la pistola al cliente e lo costringe. Siamo (per ora) un paese libero. Saranno le leggi del mercato a stabilire il successo di un’azienda.
Briatore venderà poche pizze? Ha torto. Ne venderà tante? Ha ragione.
Ma poi qualcuno ha fatto la domanda più banale e naturale ma più interessante?
Ma ‘sta pizza di Briatore, è buona o no?

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A una settimana esatta dall’estate

A una settimana esatta dall'estate - Revenue Bros

Siamo a un settimana esatta dall’estate.
Sembra strano aver passato due anni di pandemia, ogni volta che si mette il naso fuori dai problemi la normalità pare sempre esser stata con noi.
Gli scorsi anni però l’estate ha rappresentato una bolla temporale in cui il turismo si è espresso alla massima potenza, dando risultati magici, potenti. Nel 2022 ci arriviamo con qualche mese di lavoro in più sulle spalle, una maratona iniziata da più lontano.
Cosa aspettarsi quindi?
Il fattore climatico avrà un’influenza decisiva, al solito. Tuttavia il grande caldo è iniziato già da tempo, spostando alcune dinamiche di prenotazione. I comportamenti del mercato, già da fine Maggio, somigliano a quelli dei mesi più caldi.
Si possono commettere due errori madornali quest’anno.
Il primo è pensare che il copione del 2022 sia identico a quello delle due estati precedenti. La finestra prenotativa però è diversa. Come detto, il turismo è tornato già da qualche mese nelle pratiche della gente. Ciò ha permesso anche ai più dubbiosi di preparare già un piano d’azione. 2020 (soprattutto) e 2021 hanno costretto un’organizzazione più sotto data, alla ricerca quasi affannosa della proposta più adeguata per tempo e portafogli. Questo ha consentito a strategie commerciali meno studiate di funzionare alla grande.
Quest’anno sarà forse lievemente diverso.
Il secondo clamoroso errore può essere di valutazione. Dare per scontati i due anni precedenti e pensare che sia nostro diritto divino replicarli. Dobbiamo esser bravi e lucidi a notare le anomalie, sottolineare come in quegli spazi tra restrizioni e lockdown si sia concentrato uno sfogo turistico fuori dalla norma. Prestazioni che spesso hanno superato anche le stagioni migliori in periodi pre-pandemici.
Se riusciamo quindi anche solo a replicare ciò che è stato, tanto di cappello. C’è sempre il rischio che la sana ambizione, quella che ci spinge a migliorarci, perda equilibrio e vada fuori asse. I numeri invece vanno letti e capiti.
Viviamo un’inflazione estrema, è sotto gli occhi di tutti. Ciò che ancora gioca a favore dell’economia è l’entusiasmo che la gente nutre verso determinate necessità. Il viaggio è una delle prime voci in questo senso.
Preoccuparsi di quanto possa durare è fuorviante, per il momento.
L’estate andrà bene e questo, per ora, basta.  

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Venezia a numero chiuso

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Notizia ufficiale, Venezia da Giugno in poi sarà a numero chiuso.
A leggerla così c’è da rimanere scioccati. Ma come, tutti vorrebbero vederla e noi li teniamo fuori?
C’è qualcosa in più però sotto, un’iniziativa che ha un suo senso e una costruzione commerciale logica.
Partiamo dai numeri. Una buona analisi commerciale ha sempre inizio da quella fonte. Gli ultimi dati validi ISTAT sono relativi al 2019. In quell’anno, ultimo prima della pandemia, le presenze turistiche a visita della Serenissima sono state di quasi 13 milioni. Seconda in classifica, distante Roma che ne contava quasi 31 milioni.
C’è un’enorme differenza però tra Roma e Venezia. La Capitale ha una superficie stimata di 1287,36 km² contro i 415,9 km² del gioiello veneto. Certo i luoghi d’interesse sono circoscritti in zone specifiche, tutto però rapportato alle dimensioni generali. Venezia è unica, non c’è un altro spazio così ristretto e così denso di bellezza al mondo ed è giusto che sia trattata in modo anomalo.
Perciò il punto è: ha senso?
La preservazione di un’opera d’arte a cielo aperto com’è Venezia deve essere considerata. E, ancor di più, la qualità dell’esperienza garantita a chi ne fruisce.
Venezia diventa a numero chiuso per una ragione.
Inoltre da sottolineare il distinguo e l’operazione commerciale. Saranno esentati dal conteggio residenti, studenti o chi avrà motivi certificati per entrare.
Chi prenota una struttura ricettiva, forte della tassa di soggiorno obbligatoria, avrà diritto a prescindere. Altrimenti sarebbe stato complesso gestire il numero di posti letto in funzione di una richiesta (imposta) limitata. Costringendo qualcuno a chiudere a prescindere dalle reali possibilità di mercato. E tutti sappiamo già quanto le città d’arte e in particolare Venezia abbiano patito questi due anni.
Il numero chiuso è per i visitatori giornalieri. Loro potranno raggiungere una quota massima di 40mila.
E qui parte l’operazione dinamica. L’ingresso sarà pagato come un’attrazione vera e propria e, a quanto pare, varierà a seconda della stagionalità e della pressione della domanda. Cifre lontane dall’essere folli, si vocifera tra i 3 e i 10 euro.
Possibile certo che allontani una fetta di mercato, saranno meno contenti bar e ristoranti di sicuro. Possibile anche che distribuisca in modo più sensato l’occupazione. Perché, sempre potendoselo permettere, meglio pagare 3 euro e avere a che fare con folle contenute piuttosto che 10 e fare file infinite. Sarà dunque anche un termometro utile a comprendere il quantitativo di presenze anche al turista.
È una novità epocale. Ha senso ed è in linea con un approccio moderno al mercato.    

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Grande fermento commerciale

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È un periodo di grande fermento commerciale.
È inoltre un momento storico in cui sembra esserci grande incoerenza economica, nelle decisioni che vengono prese incuranti di tutte le variabili che invece governano il mercato. Siamo a un passo dal liberarci della pandemia. Oppure no, ci sono paesi che ancora sono in piena sofferenza. Tanto da farci temere che prima o poi riacciufferà anche noi. C’è la guerra. Per ora vicina ma lontana. Rimarrà confinata dov’è?
Incoerenza di prospettive. Il costo della vita aumenta in modo spropositato, inversamente proporzionale a quanto guadagna la gente comune. Eppure sembra complicato assumere perché (pare) che in pochi abbiano voglia di lavorare.
In questo scenario Elon Musk compra Twitter per 44 milioni di dollari. Bruscolini per lui, certo. Ma un genio della finanza come lui non può aver compiuto una manovra simile solo per togliersi uno sfizio. Anche se dai primi tweet si evidenzia una necessità quasi folle di spararle grosse. Tipo comprare la Coca-Cola e (ri)metterci dentro la cocaina. Ma già si parla di modificare i connotati del social, formandone una sezione a pagamento. È business, signore e signori.
Netflix lamenta un calo di abbonamenti e minaccia di eliminare il multi abbonamento. Quindi alzare il prezzo. Non viene da domandarsi come sia possibile che per quasi due anni siamo stati chiusi in casa davanti alla televisione e loro, che più di tutti ne hanno beneficiato, siano a corto di soldi? Sarà che forse producono troppo, investono troppo rispetto a quanto incassano? Non serve essere esperti per fare due conti della serva. Escono più quattrini di quanti ne entrano, non va bene.
Qui però ci stiamo concentrando su prodotti agli antipodi rispetto ai beni di prima necessità. Campiamo alla grande anche senza Twitter, Netflix e compagnia bella. Ciò non vuole essere un’affermazione di disprezzo. Ma il lusso, inteso come qualcosa non necessario alla nostra esistenza, se lo si vuole lo si paga. Ed è lì però che chi vende deve comprendere la linea di demarcazione tra richiesta e interesse del fruitore. Alzo, alzo, alzo e poi non acquista più nessuno. Fallisco. Davvero non è più complicato di così.
Questo però dev’essere chiaro anche al compratore.
Caso calcistico delle ultime settimane. Per Lazio-Milan un biglietto in curva era quotato 40 euro. Lamentele dei tifosi, boicottaggi, insulti alla dirigenza. Risultato: stadio mezzo vuoto.
Ma vogliamo capirlo tutti come funziona il mercato?
Ognuno è libero di fare il prezzo che vuole. Se non funziona, finisce l’economia.
È davvero così semplice.

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Ristorazione fast food

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Brand internazionali di ristorazione e Italia, un rapporto curioso, alle volte conflittuale, spesso inspiegabile.
È notizia recente dell’ultima mira espansionistica del fast food americano Five Guys. Hamburger e milkshake che prima ha messo piede a Milano, poi si è spostato a Roma. E adesso promette cinquantadue nuovi punti vendita in dieci mesi su tutta la nostra penisola.
Non è difficile capire come mai il nostro paese sia al centro dell’attenzione per tutto ciò che riguarda ampliamenti di grandi catene e insediamento di importanti brand commerciali. Siamo una nazione non troppo grande ma popolosa e viviamo di turismo. Terreno fertile per la clientela più variegata possibile.
Eppure riesce complesso capire il criterio con cui decidano di stabilirsi da noi, scottati talvolta da esperienze pregresse ingloriose, bocciati da una burocrazia troppo farraginosa e chissà da cos’altro.
Ci sono stati tempi in cui gli USA hanno anticipato di troppo le mode e le tendenze, ormai più di vent’anni fa. Planet Hollywood fallì a piazza Barberini a Roma, oggi anche chi fa i panini con la porchetta ti piazza in tavola un hamburger con le patatine fritte. Dunkin’ Donuts fece la stessa sfortunata fine, benché fosse a pochi passi dalla Fontana di Trevi. Oggi anche il bar sotto casa offre il cibo preferito di Homer Simpson.
Che dire di Starbucks? Nonostante numerosissime petizioni e la presenza massiccia in tutta Europa, ancora non è penetrata con decisione da noi.
Qual è l’ago della bilancia? Siamo conservatori, soprattutto a tavola. Il nostro caffè è più buono degli altri. La nostra pizza non si tocca, come la facciamo noi nessun altro.
I cinesi, per stabilirsi da noi (come nel resto dell’occidente), hanno dovuto riformulare nuovi menù più accessibili ai nostri palati, rispetto alla loro cucina verace, tradizionale. Per questo ci sono da più tempo.
Oggi però il vento sembra cambiato. Anche gli asiatici ci fanno conoscere i loro veri sapori. Domino’s pizza ha grande successo anche da noi (dal Michigan, chi lo avrebbe mai detto).
La globalizzazione sta arrivando, stavolta sul serio. È bene prenderne coscienza. Questo vale sia per il turista, decisamente più interessato a gustare i nostri sapori e alle nostre tradizioni ma con una tendenza ad appoggiarsi ai comfort che lo hanno cresciuto, sia per noi che ci viviamo. Affatto stanchi di quello che abbiamo sempre amato, ma sempre più stimolati da agenti esterni a provare nuove frontiere e alternative.
Forse non ci sarà mai dato fino in fondo modo di capire i motivi alla base di certe decisioni. Tuttavia esserne coscienti può fare la differenza.

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Infrastrutture e turismo

Infrastrutture e turismo - Revenue Bros  consulenza alberghiera blog

Cos’è una grande metropoli senza infrastrutture decenti? Senza servizi funzionanti? Senza trasporti pubblici? Senza metropoli-tana?
Col passare del tempo si ha sempre più la sensazione che Italia e italiani siano due entità separate che vivono ai limiti del conflitto, di sicuro in una distorsione nociva tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.
L’Italia è un paese magnifico, ricco di arte, paesaggi, storia. Lembo di terra magico arricchito dai sapori della sua cucina, dall’ebbrezza dei suoi vini.
Poi ci sono gli italiani, sotto forma di istituzioni; politici perlopiù ma anche chi ha in tasca l’ombra opaca di una forma qualsiasi di potere. Come dei bambini ricchi e viziati, tutti gli è dovuto. L’immobilità con cui campano non è un delitto, è uno status quo da difendere a qualsiasi costo. In virtù di ciò che posseggono, come fosse davvero loro, costoro gestiscono con altezzosità il patrimonio della nazione, certi che niente e nessuno potrà mai mettere in discussione la loro verità.
Roma è la capitale, il simbolo. Non basterebbero mesi per carpirne la sua grande bellezza. Tutt’oggi, nonostante tutto, è in cima alla lista dei desideri dei turisti del mondo.
Nonostante tutto ciò che si fa per rovinarla.
Notizia recente: dal 15 Giugno 2022 il servizio metro della linea A di Roma chiuderà alle 21 invece che alle 23.30 (dalla domenica al giovedì) e all’1.30 (venerdì e sabato). Per diciotto mesi. Diciotto mesi. Diciotto. Mesi. Un anno e mezzo. Se Dio, o chi per lui, vuole. Sappiamo tutti che i tempi saranno più lunghi, non siamo nati ieri.
Certo le infrastrutture hanno bisogno di una rimessa in sesto. Viviamo in un paese vetusto e poco curato, dove modernità è un insulto più che un progresso. Non c’erano altre strade? Davvero?
Lasciamo pure i poveri cittadini a friggere nella bile del loro risentimento; ci campano, affari loro. A Roma si dice “stacce”, quando una cosa non ti va bene e allora te la devi fare andare bene lo stesso. Sì, cittadino, stacce.
Ma pensa che bello il turista, quello che dovrebbe mettere nelle casse della città un mucchio di soldi, quello che (se messo in condizione) potrebbe mandarne avanti l’economia. Nei begli autobus sostitutivi che passano ogni quarto d’ora, con i gomiti del vicino piantati in un occhio, come se la gode l’Italia. E quanto ne parlerà bene al suo ritorno.
Bella l’Italia, belli i musei, i monumenti, si mangia alla grande. Certo menomale perché il resto funziona poco, forse niente.
Chissà ancora quanto basterà a tenere in piedi la baracca.

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Pericolo inflazione, ma alzare il prezzo in modo insensato riduce la porzione di clientela raggiunta

Pericolo inflazione - Revenue Bros

Ed eccolo, come da previsioni, il cerchio della pandemia si sta chiudendo intorno a noi. Finendo il percorso devastante durato due anni, destinato a logica a finire in un imbuto da cui poteva uscire un’unica parola: inflazione.
Basta mettere il naso su qualche media per rendersene conto. Hanno iniziato le utenze di luce e gas, stanno seguendo a manetta benzina, generi alimentari (verdura e pasta su tutti). Un biennio di stenti, in cui la maggior parte della gente non ha guadagnato, in cui gli imprenditori hanno fatto i conti con difficoltà imprevedibili, gli impiegati hanno vissuto in cassa integrazione (nella migliore delle ipotesi) e i liberi professionisti hanno pregato santi che neanche conoscevano.
Dopo tutto ciò, lineare come la conclusione di un adagio popolare, quale altra può essere la soluzione se non alzare i prezzi?
Sarebbe necessario avere numeri sotto mano, va premesso. Generalizzare non è mai opera saggia. Tuttavia la storia dell’economia è cementata di scelte scriteriate, guidate dal terrore di non riuscire a far quadrare i conti più che all’intenzione di studiare il mercato e trarne il meglio. Sarà sempre più profondo il solco tra domanda e richiesta, costringendo i più incauti al fallimento, proprio nel tentativo di strafare per evitarlo.
Per questo l’analisi è vitale. Cancelliamo dalla nostra mente commerciale questi due anni, raccogliamo da essi ciò che di buono ci hanno mostrato, e ripartiamo. Valutiamo i nostri costi, anche se inevitabilmente in crescita, e proponiamo una tariffa congrua alla pressione del mercato.
L’equazione è talmente semplice da sembrare idiota. Se ho un albergo di 100 camere e a 50 euro ne vendo 50 al giorno, come posso sperare che a 100 euro ne venda lo stesso quantitativo (se non di più)? E questo vale per tutto.
Alzare il prezzo in modo insensato riduce la porzione di clientela raggiunta.
Concentriamoci sull’identificazione della tariffa giusta al momento giusto.
La maggior parte della gente non uscirà da questa pandemia arricchita.

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Tampone costo aggiuntivo per chi viene dall’estero

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1° Febbraio 2022. Nella valutazione istintiva il mese più complicato, previsionale influenzato da considerazioni che cambiano alla velocità della luce.
E se Febbraio andasse meglio di quello che temiamo? Se fosse l’inizio della ripresa?
Per capire il mercato bisogna mettersi nei panni del viaggiatore. Eliminando la componente paura, ancora instillata in molti, ragioniamo su quella pratica. La linfa più arida, al momento, è quella estera. L’organizzazione di una vacanza (perché il viaggio di lavoro è un altro paio di maniche) in coppia presuppone l’acquisto di un mezzo di trasporto (aereo su tutti) e la prenotazione di un posto letto. Ciò che si spende durante la permanenza è frutto di un budget o magari della voglia di godersi il momento.
Durante questo periodo di restrizioni, più blande ma comunque presenti, dobbiamo aggiungere un dettaglio non da poco. Il Green Pass non è stato garanzia sufficiente, in attesa di onorare la richiesta terza dose. Era necessario presentare un tampone. Rapido o molecolare, a seconda delle imposizioni della nazione ospitante e di quella che poi avrebbe riaccolto il pellegrino in escursione.
Un tampone rapido per un adulto senza patologie costa intorno ai 20 euro. Il che presuppone o un appuntamento preso o una coda in farmacia.
Un tampone molecolare oscilla tra i 50 e i 120 euro.
Tempo e denaro.
A casa nostra, con l’entusiasmo della partenza, possiamo anche vincere l’inerzia e farlo. All’estero, con magari pochi giorni a disposizione, è uno sforzo eccessivo.
Costi quindi che si aggiungono alle tariffe di spostamento e pernottamento, magari convenienti visto il periodo, e che gonfiano il totale non di poco. Più un indefinito spazio temporale da dedicare a un’attività tutt’altro che piacevole. Nella speranza che tutto vada bene e non spunti fuori un’asintomatica positività.
Nel prezzo della vostra struttura non c’è mai solo quella tariffa. C’è tutto ciò che è necessario per beneficiarne.
Dal 1° Febbraio molte nazioni europee, tra cui l’Italia, accetteranno la terza dose come unica garanzia sufficiente per essere ammessi.
Non sarà un mese di vacche grasse, questo no. Ma potrebbe dare qualche soddisfazione inaspettata.

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Una strategia non è solo pianificazione

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Nella vita commerciale di una struttura ricettiva non ci possono mai essere pause. Dovrebbero avercelo insegnato questi lunghi e ripetitivi tempi morti.
Ciò che rende efficace una strategia non è solo la pianificazione ma la capacità di modificarla e mutarla a seconda della necessità. Ogni giorno non c’è soltanto l’oggi ma tutto ciò che sarà e che c’è stato.
È importante definire questo per una serie di ragioni, statistiche e logiche in divenire.
Il tempo medio che un essere umano passa online è di circa sette ore al giorno. Più o meno il quantitativo che passa a dormire. La pandemia non può che aver aggravato questa condizione.
E, in un mondo che ormai è per un terzo di vita virtuale, quale pensate possa essere il miglior modo per vendere?
Ecco perché iniziative opinabili come il Blue Monday prendono piede. Anzi, nascono proprio con il preciso intento di infilarsi in queste crepe della psicologia comportamentale, dando una giustificazione alle manie ossessivo compulsive del cliente. Noi eravamo rimasti alla canzone del ’53, poi resa più famosa nel ’56 da Fats Domino. O magari al singolo dei New Order dell’83. Ma no, questo non c’entra niente. Il lunedì triste prende spunto da uno studio di tale Cliff Arnall, psicologo dell’università di Cardiff. Rinnegato poi successivamente a livello accademico per giunta. Delinea il deprimente momento dell’anno in cui le condizioni meteorologiche sono tra le peggiori, le vacanze natalizie sono alle spalle e si accumulano responsabilità lasciate in sospeso e bilanci economici poco gratificanti.
Qual è quindi il modo migliore di tirarsi su il morale? Spendere i propri soldi in qualcosa che ci fa contenti. Alla faccia del denaro non compra la felicità.
Queste iniziative funzionano in ambiti che ancora non hanno abbracciato la liquidità dei principi giusti di movimento tariffario.
Sarebbe meglio se tutti ragionassero in virtù di come si deve e si può intervenire nel momento in cui si è.
La scoutistica può dare visibilità ma è e rimarrà l’ultima spiaggia per chi non ha idea di come valorizzare il proprio patrimonio.

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Omicron e i titoli delle compagnie aeree

Omicron e i titoli delle compagnie aeree - Revenue Bros

C’è un nesso tra la variante Omicron e i titoli delle compagnie aeree che stanno facendo faville in borsa?
Iniziamo da questa domanda le analisi sul futuro del 2022. Di certo non dal punto di vista virologico e tantomeno da chi ha un posto in prima fila a Wall Street.
Uniamo i puntini e sfruttiamo la logica, questo ci è concesso. Soprattutto perché ancora una volta siamo al palo, parziale, impotenti al cospetto dell’ennesimo picco di contagi. Nel paradosso di un mercato che latita ma c’è e alberghi che a stento possono tenersi aperti a causa di mancanza di staff (vittima, come il resto del mondo, della positività).
Chi compra le azioni delle compagnie aeree (e più in generale chi fa quel mestiere) è abituato a scommettere sul futuro. Il filo logico però attinge a uno storico consolidato, un’epopea condita da due splendide estati, bolle illusorie a inframezzare gli orrori che abbiamo patito. Appoggiamoci perciò a questa certezza. Anche il 2022 seguirà questa traccia. Ci auguriamo che anche il più pavido dei cuori sia convinto di ciò.
Poi c’è la variante Omicron, aggressiva ma meno letale. Sarà la supernova di quest’Apocalisse? Non ci si può sbilanciare in tal senso.
Continuiamo perciò a sviscerare i fatti. Restrizioni e difficoltà stanno pian piano accorciando il raggio d’azione. È probabile che non sia necessario attendere Maggio o Giugno per tornare a sorridere. Magari già a Marzo avremo una prospettiva migliore. Dalla nostra non dobbiamo rinunciare in modo totale alle nostre ambizioni di viaggio, di vendita e di acquisto.
L’inverno passerà nelle difficoltà ma non sarà nullo. La montagna raccoglierà qualche frutto.
E occhio alle tariffe, perché quest’estate andrà di nuovo alla grande.

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