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Il turismo sta trainando l’economia

Il turismo sta trainando l’economia - Revenue Bros

Il turismo sta trainando l’economia.
Primo Novembre di questo autunno primaverile. Il bel tempo continua a esserci a fianco, fiaccato solo in parte dal cambio di ora che toglie uno spicchio di sole ai nostri pomeriggi.
È giusto fermarsi e valutare ciò che abbiamo davanti, soddisfatti per ciò che è stato.
A costo di sembrare un disco rotto, sono stati mesi di vacche grasse per tutti, turismo in primis. E con ciò, sia ben chiaro, ci si riferisce a un’occupazione abbondante e conseguente produzione (lorda) in crescita. Ce n’è stato per tutti.
Con grande sollievo, le grandi città d’arte si sono riprese una piccola parte di ciò che avevano lasciato per strada. Roma, Venezia, Milano, Firenze, Napoli. Hanno toccato picchi ancor più vertiginosi del pre-pandemia. Altro che recessione, qui siamo al boom economico.
Magari fosse.
Il pessimista cammina attaccato al muro, attento a ogni passo e a ogni volto, temendo che la tegola prima o poi si stacchi dal parapetto e gli cada in testa. La tegola dell’inflazione, dei costi che lievitano, del mercato che prima o poi esaurirà quella che pare un’infinita disponibilità.
L’ottimista guarda il previsionale e nota come, a distanza di mesi, le prenotazioni continuino a entrare di buona lena. Certo la visione arco temporale è parziale, tanto può succedere ancora. Il timore per la stagione invernale, condiviso da quasi tutti (montagna a parte), al momento se ne sta quieto tra le soffici braccia di weekend ancora soleggiati, eventi e festività che promettono scintille.
Quindi è un ottimista o un realista?
Novembre sarà certo un mese interlocutorio, lontano però dalla miseria degli anni pandemici. Favorito magari da qualche evento, dal circolo del business e da chi ha voglia di approfittare di una riparametrazione verso il basso di tariffe che finora sono volate sulla luna. Dicembre, tra ponte dell’Immacolata (che quest’anno cade molto bene) e Capodanno, invia segnali confortanti. E poi c’è il Natale, sua maestà, trasformatasi da festa tradizionale per famiglie a pretesto per andarsene in giro, almeno in parte. Segno dei tempi che cambiano, delle generazioni che si rinnovano, della concezione della vita che si aggiorna. Del mercato che va studiato, compreso.
Insomma, miei cari, per ora tutto calmo sul fronte turistico. Date un’occhiata ai titoli suoi quotidiani, se faticate a fidarvi dei vostri numeri.  Se vi fidate dei quotidiani.
Il turismo, come dev’essere, sta trainando l’economia. Sta dando un calcio alle difficoltà, alla razionalità, alla recessione.
È il primo Novembre e tutto va bene. Poi si vedrà.

Rileggi il nostro articolo sulle previsioni a fine estate

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Lo Smart Working incrementa il turismo

Lo Smart Working incrementa il turismo - Revenue Bros

Lo smart working, così come lo chiamiamo noi, incrementa il turismo. È logico se ci si pensa, si guadagna e si ha libertà di impiegare maggior tempo per attività leisure.
Più precisamente, lo smart working aiuta l’economia a muoversi.
Partiamo dal solito studio, utili spesso a scoprire l’acqua calda e proprio per questo fondamentali per inculcare determinati concetti anche nelle menti più ottuse.

Site Minder ha condotto un’analisi dei comportamenti dei viaggiatori pre e durante la pandemia (ci siamo ancora dentro, più o meno). Dal loro campione d’utenza, hanno tirato fuori cinque verità:
1) Il desiderio di viaggiare sovrasta la preoccupazione per il portafogli (lo chiamano revenge travelling, rivalsa nei confronti delle condizioni avverse che ci hanno ingabbiato per quasi due anni).
2) I social hanno aumentato la loro influenza anche nel settore viaggi.
3) La necessità da parte dei viaggiatori di trovare strutture adeguate a un tasso accettabile di informatizzazione.
4) Maggiore necessità di contatto umano durante l’esperienza turistica (alla faccia di chi pensa che la tecnologia allontani la voglia di avere a che fare col prossimo).
5) L’esplosione del bleisure (crasi tra business e leisure).
L’esposizione dunque di concetti ben chiari a chi lavora con criterio nel settore.

Ci sarebbe spazio per commentare ogni voce di questo elenco, a modo nostro ne abbiamo parlato in questi due anni, in tante salse. Alcuni di questi processi già in atto, fisiologici, solo accelerati dalla pandemia.
A supporto del punto 3, Eurostat ci dice che le statistiche delle prenotazioni online sono aumentate rispetto al pre-pandemia (199 milioni di notti nella prima metà del 2022, 193 milioni nel 2019).
Ancora sicuri di poter fare a meno di Booking.com e fratelli? Qualcuno?
Il punto però è osservare come sarebbe bene che le aziende si adeguassero ai tempi che cambiano, spesso per il loro stesso interesse. E lo dice chi da quasi 15 anni lavora in remoto e grazie a questo ha potuto continuare a fare il lavoro che ama facendo ciò che amava di più, viaggiare.
Naturalmente ci sono ruoli e mestieri che richiedono presenza costante. Eppure oggi più che mai c’è bisogno di capire che lo smart working è una delle chiavi per riattivare l’economia, renderla più sana. Meno costi fissi, qualità e non quantità.
Svegliarsi a casa propria, a Parigi, a New York, a Tokyo, che differenza fa? Si prende il supporto elettronico necessario, si lavora e si va.
Ragazzi il mondo continua a mutare. Noi siamo ricercatori, studiamo costantemente.
E scopriamo l’acqua calda. Usiamola già che ci siamo.

Leggi il nostro articolo correlato “Tour Operator e Pandemia”

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Bilancio desiderato contro ambizione concreta

Bilancio desiderato contro ambizione concreta - Revenue Bros Riccardo Moglioni

Bilancio desiderato contro ambizione concreta. Il limbo in cui l’imprenditore rischia di perdersi dalla notte dei tempi.
Lavoriamo di logica.
Il bilancio desiderato è ipotizzato su un’idea appena vicina alla realtà. In mano si hanno dei numeri, degli storici, dei costi, si ha una proiezione soggettiva del valore del prodotto e il resto lo fa l’assai poco lucida necessità/pretesa.
L’ambizione concreta parte dagli stessi presupposti. Numeri reali, studio del mercato in funzione dello storico, definizione precisa tra costi fissi e variabili, valore del prodotto in funzione della brand reputation e della soddisfazione del cliente, il resto lo fa la capacità di capire quanto sia necessario (sottolineato) produrre per avere un’attività in salute. Le proiezioni possiamo farle, certo. Devono però essere ancorate all’empirico.
Questo vale da sempre e varrà per sempre.
Ora però abbiamo l’inflazione. Siamo vessati da questa piaga, tutti senza distinzioni. Chi vive di commercio però sente il fardello ancor più pesante. I prezzi si gonfiano, le bollette della luce vengono postate sui social, addirittura affisse alle vetrine. Il messaggio è forte e chiaro: dobbiamo chiedervi di più, più soldi, perché altrimenti facciamo fatica a sopravvivere.
Bene, tutto giusto, almeno in teoria. Peccato che spesso riprenda la conflittuale dicotomia di cui sopra, ricacciando nel limbo l’imprenditore.
Il bilancio desiderato mette più soldi nei portafogli del consumatore, lo arricchisce e lo rende anche meno sensibile. In fin dei conti perché domandarsi quanto vale un prodotto prima di attribuirgli un’etichetta tariffaria. Partiamo dal presupposto che sia tutto della stessa qualità.
L’ambizione concreta fa i conti su sé stessa. Se il mio prodotto prima costava dieci e adesso costa tredici, quanto mi può dare il mercato per arrivare a un margine discreto?
Sia nello scenario bilancio desiderato che in quello ambizione concreta, il prodotto subisce l’inflazione. Da dieci passa a tredici.
Quindi, quanto chiedevo al mercato prima però?
Se avessi chiesto dieci, sarei stato nei guai per due motivi: o applicavo un prezzo generoso oppure il mercato si rifiutava di darmi altro.
Ma se invece avessi chiesto quindici, venti, venticinque (come nella stragrande maggioranza dei casi)?
Si riduce il margine, il guadagno. Eppure si mantiene l’azienda in positivo.
Tutto questo per ripetere la solita manfrina, benedetta e sacrosanta.
Fatevi i conti in tasca ma bene, con criterio.
Il mercato vi assegnerà un valore. 

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Il cinema ha un problema di prezzo

Il cinema ha un problema di prezzo - Revenue Bros - Riccardo Moglioni

Il cinema ha un problema di prezzo.
Un’affermazione semplice, concisa e reale. Ipotetica nella maggior parte delle circostanze, concreta allo scontro con i numeri recenti.
Contestualizziamo: dal 18 al 22 Settembre l’Italia ha promesso l’iniziativa “cinema in festa”. Prezzo del biglietto 3 euro e 50 centesimi. Questo a fronte di un costo medio intorno ai 7 euro, molto più spesso vicino agli 8 e talvolta superiore nei grandi circuiti multisala.
In questi giorni, come riportano i dati Cinetel, le presenze in sala sono andate sopra il milione. Prendendo a paragone gli stessi giorni della settimana antecedente, qualcosa come il 300% in più.
In un momento, aggiungiamo, in cui gli schermi non proiettano blockbuster o film di immenso richiamo.
Oh, dimenticavamo. C’è chi non ha aderito all’iniziativa. Perché se il cinema ha un problema di prezzo, a questi signori è parso più lecito impuntarsi su una questione di principio. L’esperienza in sala si paga, non ci si abbassa a un sotterfugio così meschino per attirare la gente. E poi ci sono i costi delle bollette esorbitanti, chi la tiene in piedi la baracca?
Cari miei, il cinema ha un problema di prezzo da prima della pandemia. Da prima dell’avvento di Netflix, Prime Video, Disney Plus e compagnia bella.
L’esperienza in sala è ancora magica per le generazioni passate, quelle che hanno coltivato la propria immaginazione nel buio di quei luoghi attraversati dal profumo di popcorn e zucchero. Scontato ma necessario sottolineare la progressione tecnologica compiuta negli ultimi vent’anni. Televisori sempre più grandi e immagini sempre più nitide. Aggeggi elettronici che consentono la visione in qualsiasi formato e in qualsiasi luogo.
La sala è vecchia perché l’interpretazione della sua essenza lo è. E, purtroppo, anche le condizioni di molti cinema sono rimaste ai tempi delle calende greche.
Il problema di cinema è il prezzo perché l’esperienza non si è aggiornata.
Provate a vendere uno stereo vecchia generazione (un mangiacassette) in un negozio, oggi. E vedete chi se lo compra.
MA, c’è un grosso MA. Il cinema ha comunque un problema di prezzo. D’interpretazione strategica. Se costasse meno, la gente andrebbe. Non sempre, non per tutti i film, non per tutti gli orari. Strategia di prezzo, questa sconosciuta.
Meglio vendere un biglietto a 8 euro o 8 biglietti a 1 euro? Incrementando anche, che so, la vendita dei popcorn (8 persone hanno più probabilità di acquistarne rispetto a una) e di bevande. Anche quelli, magari e diciamo magari, commercializzati con criterio.
Ma no, il problema del cinema è che il governo non ha mai supportato l’arte. Che le bollette sono aumentate. Che la gente è sempre più ignorante.
Continuiamo così.

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Influencer per alberghi

Influencer per alberghi - Revenue Bros

Influencer per alberghi, una nuova frontiera di marketing.
Può un influencer portare benefici economici a un albergo?
Il pensiero nasce da un episodio ormai risalente a qualche tempo fa. Una stelletta di Youtube, tale Elle Darby, contattò un hotel di Dublino per passare qualche notte gratuita in cambio di visibilità e sponsorizzazioni sui suoi canali social.
Il proprietario, Paul Stenson, chiuse in modo deciso le porte del suo Charleville Lodge Hotel. Il carteggio elettrico, reso poi pubblico, è a disposizione di chi si vuole fare un’idea in merito alla condotta delle due parti.
Da addetti ai lavori, ci dobbiamo porre una domanda. Dal punto di vista commerciale può servire un’iniziativa del genere?
Forse già il fatto di rinnovare il quesito al cospetto dei nuovi potenti dello showbiz (gli influencer) denota una memoria poco longeva. Da quanti anni ospitiamo, tra le nostre mura, attori, cantati e celebrità di ogni tipo, anche solo in cambio di una foto da appendere alle pareti? Il fatto che abbiano cambiato connotati e si esprimano attraverso altri mezzi cambia di poco la sostanza: utilizzare una personalità seguita e apprezzata per dare lustro al nostro prodotto. Anzi forse oggi è più proficuo servire e riverire Chiara Ferragni, maestra nel trasformare in trend tutto ciò che tocca, piuttosto che Amadeus che di certo avrà altri obiettivi nella vita. Tanto per fare un esempio qualsiasi.
Legittimo far pagare, per l’amor del cielo. Tutto dipende. Dalla necessità, dalle politiche interne, dalla predisposizione personale.
Ma torniamo al punto principale. Può essere utile? Dipende dal soggetto, è ovvio. In linea generale sì. Ed è lo stesso principio per cui la visibilità online vale ogni centesimo di commissione che le si concede. Pochi alberghi, ristoranti, negozi hanno una fama così imponente da essere conosciuti da chiunque.
Immaginiamo che l’influencer occupi la camera per 3 notti. E che il prezzo medio sia di 150 euro a notte. Siamo a 450 euro (cifra ricordiamo arbitraria, in funzione ci si augura delle variabili del mercato e della nostra bravura a indovinarla). Tariffa che coprirà anche i costi variabili di utilizzo della stanza. La gratuità ci manda perciò in perdita, poco da discutere. Se però costui/costei ha una schiera di persone pronte a seguire ogni sua mossa nel desiderio di emularlo/a, quanto vale quell’investimento? Parliamo talvolta di mezzo milione di persone. Se solo un 1% di queste sarà interessato a venire da voi, grazie ai consigli dell’influencer, cosa c’è da discutere?
I tempi cambiano ed è corretto aprirsi a nuove alternative.

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Viaggia come un signore

Viaggia come un signore - Revenue Bros

Viaggia in aereo, viaggia come un signore.
La Compagnie, compagnia di volo francese, nasce nel 2013 e ha una particolarità: vende solo posti business. Parte da Nizza e da Parigi (Orly) per atterrare a New York (Newark). Da pochi mesi ha aggiunto la tratta da Milano (Malpensa). Orari comodi, voli diretti. Una capacità di 76 posti e tariffe a partire da 1500 euro andata e ritorno. Check-in in cinque minuti e imbarco in dieci. Wifi ultraveloce e cucina bistronomica (c’è scritto proprio così).
Sembrerebbe una pubblicità all’iniziativa, quasi una lode. Tuttavia è solo una presentazione del prodotto.
Da quasi quindici anni studiamo il mercato, lo conosciamo in buona parte e sappiamo quale sarebbe il desiderio più sfrenato degli imprenditori: puntare a un target il cui portafogli è florido e pronto a eruttare. Un cliente educato, bello, riservato, rispettoso e pronto a recensioni ricche di complimenti ed entusiasmo.
Siamo sicuri che il mondo sia pieno di profili simili. Che ci sia una larga parte della popolazione benestante. A cui è corretto proporre servizi di alto lignaggio.
Siamo tuttavia certi che proprio oggi (ma forse sempre), in un momento così delicato, sia opportuno dedicarsi a quel tipo di mercato?
C’è inoltre da sottolineare la psicologia del consumatore. Un volo canonico, pur a una tariffa forse più elevata de La Compagnie, distingue i privilegiati dai comuni mortali. Dando un senso elitario alla poltrona business (o prima classe).
Ma questo può essere marginale.
Secondo quanto si legge, La Compagnie sarebbe già in perdita, riuscendo al massimo a riempire tre quarti del volo.
Dati alla mano, in Europa (e nella nostra Italia) la compagnia che trasporta il maggior numero di passeggeri si chiama Ryanair.
Informazioni piuttosto eloquenti. Ciò è lontano dal voler affermare che è impossibile guadagnare con il lusso. Il mercato però, la sua larga parte, è in mano a gente che fa i conti per andare in vacanza. Che viaggia di più perché qualcuno ha avuto la lungimiranza di variare il prezzo in funzione della stagionalità, la distanza dalla data e l’occupazione.
E il miglior modo per incontrare il mercato è variare la tariffa, alzare quando è opportuno, mantenerla stabile quando è necessario.
Convinciamoci che è il mercato a scegliere noi, (quasi) mai viceversa.

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Preghiamo che venga la crisi

Crisi - Revenue Bros

Sembra un paradosso, un atto autolesionistico, eppure l’unica via. Preghiamo che venga la crisi.
L’estate è ormai quasi al termine, quattro mesi di caldo torrido, poche piogge e bella vita. Nonostante le terrificanti notizie di rincari, l’inflazione che si insinua nelle nostre vite mentre noi continuiamo a fare buon viso a cattivo gioco, la stagione delle vacanze è andata bene. Per alcuni alla grande, per altri in modo soddisfacente. Si potrebbe dire che siamo tornati alla normalità, sebbene ormai abbia cambiato del tutto parametri e nessuno ci fa neanche più caso.
Con l’autunno alle porte, la domanda è più lecita che mai. Quanto durerà? Quanto, anche chi sta stressando il portafogli più del dovuto, inizierà a farsi dei conti più assennati nelle tasche? Provate a chiedere a chi avete intorno, siamo convinti che molti vi diranno di avere la percezione di stare spendendo più di quello che si possono permettere. Ma la vita è breve, ci siamo sentiti privati del tempo e dell’opportunità di fare ciò che amiamo. Perciò carpe diem. Tutto giusto, tutto condivisibile.
Però le bollette crescono, si triplicano. Costa tutto di più. Avete notato quanto costa adesso una bottiglia di olio di semi?
Davvero, quanto può durare? Gli stipendi rimangono immobili. Le aziende fanno fatica, è fisiologico. E quale pensate sia lo scenario più probabile: a) daranno aumenti e assumeranno altre persone, contribuendo al benessere dell’economia b) licenzieranno, falliranno, creando ancor più difficoltà economiche.
Parrebbe un cane che si morde la coda. Portando dei poveracci come noi a chiedersi chi ne beneficia davvero.
Ed ecco perché preghiamo che la crisi arrivi presto. Per ripristinare dei parametri che oggi sono fuori asse, fuori controllo. Quando la gente avrà difficoltà serie, mancherà la scelta se andare a ristorante, in vacanza o al cinema. Starà all’economia riparametrarsi per rimanere a galla.
La bolla anomala che si è creata è destinata a scomparire. E sopravvivrà chi sarà in grado di accettare le nuove condizioni. Chi penserà di poter forzare il mercato, cadrà.
Forse allora smetteremo di tentare di scalare una montagna che diventa sempre più alta e inizieremo davvero a ricostruire.

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Domino’s pizza chiude tutti i punti vendita in Italia

Domino’s pizza chiude tutti i punti vendita in Italia - Revenue Bros

Notizia recente: Domino’s pizza, celebre catena di pizzerie americana, chiude tutti i punti vendita in Italia.
In realtà non c’è stato nessun comunicato ufficiale, anzi le risposte alle domande dei consumatori sono sibilline, annunciano lavori, promettono riaperture. Eppure a Wall Street il brand perde colpi, sintomi che rilevano uno stato di salute precario.
Si susseguono i commenti, spesso derisori. C’è chi dice che vendere la pizza agli italiani è come provare a spacciare ghiaccio al polo sud. E potrebbe essere la chiave di lettura più logica. Il nostro tradizionalismo è stato spesso barriera per grandi catene e marchi famosissimi in tutto il mondo. A livello culinario, come lo facciamo noi, non lo fa nessuno. O almeno è ciò che pensiamo.


C’è chi dà la colpa alla pandemia. Anche se un servizio di consegna a domicilio avrebbe dovuto beneficiare del lockdown, in verità ha aumentato la concorrenza. Anche i ristoranti abituati a servire solo al tavolo si sono dovuti adattare alle condizioni. Ed ecco che sul mercato sono comparsi protagonisti nuovi.
Ma se dopo sette anni il colosso del Michigan batte in ritirata, o almeno così pare, a nostro avviso c’è qualcosa di più rispetto a tutto ciò che si presuppone. I fattori sopra indicati hanno giocato certo un ruolo cruciale, tuttavia potrebbe essere stato qualcos’altro a rendere difficile la vita agli yankees in terra nostrana.
Innanzitutto lo studio del prodotto. Stiamo parlando di una pizza la cui qualità è discutibile, arricchita da miscugli arditi di ingredienti che mai considereremmo abbinabili.


La colpa più grave però è che il menù italiano, rispetto a quello americano, è stato adattato a quelle che si pensano essere le nostre esigenze. Errore terrificante. Se voglio una napoletana o una margherita, è ovvio che la cerco altrove. Allora sì che vai a gareggiare con un rivale più bello, più forte e più allenato.
Inoltre, e questo forse fa ancor di più la differenza, il servizio di Domino’s pizza ha mostrato più di qualche pecca. Su una piazza come Roma, in teoria florida per quantità di turisti, residenti stranieri e mentalità internazionale, il territorio è stato coperto male e in molte zone era impossibile provare questa novità.
Due componenti che hanno decretato il fallimento, almeno momentaneo.
Siamo sicuri che se ne faranno una ragione. Coprono paesi in tutti e cinque i continenti, hanno le spalle robuste.

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Springsteen a prezzi dinamici

Springsteen a prezzi dinamici - Revenue Bros Consulenza Alberghiera

Springsteen a prezzi dinamici.

Ticketmaster rivoluziona la vendita dei concerti, lo fa grazie al Boss.
Sono stati mesi concitati per il turismo, nel pieno della sua potenza espressiva. Eppure a far rumore è un’altra notizia, legata al mondo dello spettacolo. Noi viaggiatori siamo abituati al concetto di “dinamico”. Compriamo voli e li paghiamo a seconda del momento e dell’occupazione, lo stesso facciamo con gli alberghi. Siamo stati educati così, dopo anni di grande fatica. Sebbene qualcuno fatichi ancora a digerire il concetto. Il resto dell’economia però è legato ai vecchi parametri. Un prodotto nasce e muore allo stesso prezzo, a prescindere dalla pressione del mercato. Che peccato, no?
Bruce Springsteen è il più grande performer esistente. Concerti di quattro ore come media e un repertorio musicale stratosferico. Uno degli artisti più amati e più seguiti di sempre, capace di portare 100mila persone a uno spettacolo.
Sono passati diversi anni, soprattutto a causa della pandemia, dall’ultimo tour. L’attesa è stata spasmodica. Aggiungiamo pure l’inflazione fuori controllo che caratterizza l’attualità, capiamo che un biglietto per il Boss può solo essere impegnativo per il portafogli.


Ticketmaster, fiutando l’affare, è andato oltre, spingendosi con audacia laddove ancora nessuno aveva osato.

Prezzi dinamici. Vista la mole di richieste e di acquisti, un ticket è arrivato a costare (negli Stati Uniti) anche 5000 euro.
Scandalo, vergogna. Commenti da tutte le parti. I fan in rivolta, delusi dal loro eroe, da sempre simbolo del popolo.
Chi conosce anche solo marginalmente l’establishment, sa che nessun artista mette il becco nel costo del biglietto. Sono troppe le teste e le tasche coinvolte. E, oltre al cachet di cantanti e band, c’è da contare una serie infinita di costi.
Torniamo quindi alla questione etica? A differenza di una stanza di albergo o di un volo, l’affezione verso il proprio beniamino non può essere sostituita da uno spettacolo di qualcun altro. Elvis vendeva ingressi a 10 dollari quando la media del periodo era di 25, per fare contenti tutti i suoi amati sostenitori. Tempi diversi, di sicuro. Ma siamo certi che si centri il punto?
Rimaniamo convinti che il mercato sia libero di esprimersi fin dove la richiesta può spingerlo. A 5000 euro il biglietto viene venduto? Se sì, è il prezzo giusto per quel momento. Se no, è sbagliato.
Davvero è così semplice. Di etica lasciamo parlare chi se ne intende.

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Online ma invisibile

Online ma invisibile - Revenue Bros

Online ma invisibile.
WhatsApp lancia un aggiornamento per consentire all’utente di celare la propria presenza ai suoi contatti. Ci sono ma sono invisibile. Vedo senza essere visto.
C’è da glorificare la messaggistica istantanea gratuita per la semplificazione che ha garantito alle nostre vite. Celandoci dietro alla facilità di poche, impersonali parole. Basta chiamate difficoltose, confronti diretti con le proprie ansie. E basta dover rispondere a una chiamata nel momento stesso in cui si materializza. Prendiamoci il nostro tempo e riflettiamo. È proprio la scansione temporale ad aver rivoluzionato le nostre esistenze. Tutto nell’ottica di agire quando vogliamo e non quando dobbiamo.
WhatsApp però diventa sempre più ambiguo.  Visualizzare senza aver visualizzato. Ascoltare audio senza aver ascoltato. Spunte blu, spunte grigie. E ora addirittura un fantasma nascosto nell’ombra, in attesa di decidere quando palesarsi.
Internet diventa sempre meno trasparente, perdendo la sua meritocrazia. Chiunque può dire e fare qualsiasi cosa protetto da uno schermo, forte della sua codardia.
Non va bene.
Ormai WhatsApp regola le relazioni private tanto quanto quelle professionali. Siamo liberi di tenere il nostro numero per noi, se riteniamo di dover fuggire dai nostri contatti.
Allo stesso modo, se vogliamo recensire un prodotto, un’attività commerciale, un’azienda, dobbiamo poter essere identificati almeno attraverso un segno di riconoscibilità, un attestato di credibilità.
Abbiamo bisogno di fidarci del giudizio, pur soggettivo, dell’altro.
Internet sta perdendo troppa credibilità, a vantaggio chissà poi di chi.

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