
Di recente è capitato di soggiornare a Parigi, tra le capitali più belle del mondo. Sei notti in albergo, camera matrimoniale, in un quattro stelle. Totale della tassa di soggiorno: 34,56 euro.
Parigi ma Roma, Berlino, Amsterdam, Atene o Lisbona, sarebbe stato identico. Perché in diversi paesi europei l’abitudine è la stessa.
Che colpa ne hanno gli albergatori? Assolutamente nessuna, subiscono la pratica tanto quanto i loro ospiti. Soldi che avrebbero potuto essere poi spesi nella ristorazione, nelle attrazioni della città o che avrebbero persino potuto restare caldi nel portafogli di chi li ha sborsati.
La tassa di soggiorno non è un deterrente, nessuno smette di viaggiare a causa sua.
Questo sia chiaro.
Se però l’obiettivo è portare pecunia nelle casse dello stato, perché non cambiare metodologia, quantomeno spostando l’attenzione sulla reale necessità, centrando anche un altro scopo?
Non potrebbe essere il visto turistico, pratica usata da molti paesi asiatici, nord e centro americani, una soluzione più idonea? Avrebbe una doppia valenza. Oltre a quella ovvia economica, sarebbe un filtro sensato sul flusso immane di persone che vengono a visitare il nostro bel continente.
Psicologicamente infine, aspetto mai da sottovalutare a livello di mercato, non sarebbe così indigesto agli addetti ai lavori e al miliardo di turisti che si muove ogni anno (non pandemico).
