
Meta vs SIAE, la battaglia di questi giorni. Per fortuna priva di violenza ma economicamente assai sanguinosa. Almeno per una parte in causa.
Meta vs SIAE, dunque, sindacalismo o speculazione?
Breve riassunto per chi se lo fosse perso. È saltato il rinnovo della licenza sui diritti d’autore, perciò Meta ha estromesso il catalogo degli iscritti alla SIAE dai suoi social.
Più o meno, perché poi questo vale per le storie (laddove l’utente attinge a una lista controllata), sui video invece è più complesso andare a mettere il naso. E, paradosso, anche chi ha scelto di non iscriversi alla SIAE è fuori. Perché l’Italia è diventata di tutta l’erba un fascio.
Meta, rifiutandosi di condividere in trasparenza dati sensibili sui ricavi, offre un forfettario. La SIAE, priva di un parametro preciso, sceglie di rifiutare un’offerta priva di termini di paragone.
Tuttavia è bene concentrarsi sulla domanda base.
Cui prodest?
Meta è in una fase di regressione, i numeri tagli al personale recenti ne sono una prova.
Ma la SIAE? È sindacalismo? O speculazione, di chi guadagna in funzione di ciò che creano gli altri?
Evitiamo giudizi morali o deontologici e concentriamoci sul mercato.
Il mondo è vasto e la presunzione di poter prendere per la collottola chi contribuisce a farlo girare, per quanto in modo opinabile, è controproducente. Per tutti, in primis per chi guadagna sulla musica. I grandi nomi, i grandi ricchi, possono passare indenni questo refolo di vento. Gli sconosciuti, gli emergenti, chi lotta per un riconoscimento del popolo, sono loro i più penalizzati.
Internet, come in ogni campo dell’economia, ha spinto la visibilità fino a estremi mai pensati. In modo volontario, per la caparbietà di chi è riuscito a farsi strada grazie alle propria bravura nel sovraesporsi, nel sapersi vendere. E in modo involontario, per la casualità di chi si è reso virale con un video assurdo, scegliendo d’accompagnarsi con una traccia musicale che ha poi ottenuto successo. O è stata riesumata dal dimenticatoio.
Il commerciale occulto dei social, quello che è complicato tracciare e prevedere, è persino più potente delle strategie commerciali. E lascia al singolo una libertà clamorosa, che va ben oltre gli accordi economici fissati su freddi numeri, spesso analizzati in modo approssimativo.
Meta va avanti, l’Italia musicale un po’ meno.
Forse è sindacalismo mascherato da speculazione.
Forse, come spesso accade, è valutazione irresponsabile della materia.
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