
Notizia ufficiale, Venezia da Giugno in poi sarà a numero chiuso.
A leggerla così c’è da rimanere scioccati. Ma come, tutti vorrebbero vederla e noi li teniamo fuori?
C’è qualcosa in più però sotto, un’iniziativa che ha un suo senso e una costruzione commerciale logica.
Partiamo dai numeri. Una buona analisi commerciale ha sempre inizio da quella fonte. Gli ultimi dati validi ISTAT sono relativi al 2019. In quell’anno, ultimo prima della pandemia, le presenze turistiche a visita della Serenissima sono state di quasi 13 milioni. Seconda in classifica, distante Roma che ne contava quasi 31 milioni.
C’è un’enorme differenza però tra Roma e Venezia. La Capitale ha una superficie stimata di 1287,36 km² contro i 415,9 km² del gioiello veneto. Certo i luoghi d’interesse sono circoscritti in zone specifiche, tutto però rapportato alle dimensioni generali. Venezia è unica, non c’è un altro spazio così ristretto e così denso di bellezza al mondo ed è giusto che sia trattata in modo anomalo.
Perciò il punto è: ha senso?
La preservazione di un’opera d’arte a cielo aperto com’è Venezia deve essere considerata. E, ancor di più, la qualità dell’esperienza garantita a chi ne fruisce.
Venezia diventa a numero chiuso per una ragione.
Inoltre da sottolineare il distinguo e l’operazione commerciale. Saranno esentati dal conteggio residenti, studenti o chi avrà motivi certificati per entrare.
Chi prenota una struttura ricettiva, forte della tassa di soggiorno obbligatoria, avrà diritto a prescindere. Altrimenti sarebbe stato complesso gestire il numero di posti letto in funzione di una richiesta (imposta) limitata. Costringendo qualcuno a chiudere a prescindere dalle reali possibilità di mercato. E tutti sappiamo già quanto le città d’arte e in particolare Venezia abbiano patito questi due anni.
Il numero chiuso è per i visitatori giornalieri. Loro potranno raggiungere una quota massima di 40mila.
E qui parte l’operazione dinamica. L’ingresso sarà pagato come un’attrazione vera e propria e, a quanto pare, varierà a seconda della stagionalità e della pressione della domanda. Cifre lontane dall’essere folli, si vocifera tra i 3 e i 10 euro.
Possibile certo che allontani una fetta di mercato, saranno meno contenti bar e ristoranti di sicuro. Possibile anche che distribuisca in modo più sensato l’occupazione. Perché, sempre potendoselo permettere, meglio pagare 3 euro e avere a che fare con folle contenute piuttosto che 10 e fare file infinite. Sarà dunque anche un termometro utile a comprendere il quantitativo di presenze anche al turista.
È una novità epocale. Ha senso ed è in linea con un approccio moderno al mercato.
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